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A “cavallo” dei ricordi

Quando i tempi erano felici, come del resto lo sono anche questi che stiamo vivendo (basta saper prendere tutto quello che ci viene propinato per il verso giusto!), nel pieno di “una crisi boia” quando la lira valeva meno che la carta igienica e non c’era nemmeno una goccia di benzina nei distributori, perché in Medio Oriente palestinesi e israeliani se la davano di santa ragione, quasi fosse uno sport popolare (i tempi come potete vedere dalle cronache odierne sono “molto” cambiati!!!), noi qui, invece che piangerci addosso, con il “solito genio italico” ci spremevamo le meningi sul come sopravvivere e “far di necessità virtù”.

 

Fu così che per Milano, Genova, Torino, Roma (tanto per citare alcune città) si iniziarono a vedere girare per le strade i trabiccoli più strani: macchine trainate da buoi, tricicli attrezzati ad uso famigliare, pedalò stradali, monopattini, barche a vela trasformate ad uso urbano con pratiche ruote da bici e addirittura, naturalmente a Milano patria del “ghepensimismo” si vide anche un “-tandem extra-large” lungo 6 metri con sei selle ad uso condominiale.

 

Era uno spasso perché anche l’abbigliamento si accompagnava a quel turbillon di mezzi d’epoca. E così alle minigonne, che ad ogni pedalata, per i più deboli di cuore, richiedevano l’uso di continue pastiglie tranquillanti o ai pantaloni trattenuti in fondo da mollettoni per non inciampare nei pedali o ancora ai caschi protettivi per le preziose “zucche”, caschi le cui fogge andavano da quelli del Kaiser, con tanto di chiodo in testa, a quelli più “moderni” dei marines della Seconda Guerra Mondiale, per non citare poi i salutisti iper-protettivi che indossavano ginocchiere, gomitiere e anche “chiappettiere” per proteggere le parti più delicate dalle possibili cadute, era tutto un rifiorire di colori, allegria e creatività collettiva, dove la gente, finalmente, anche nelle grandi città, si salutava con un “Ciao-Ciao!!” incrociandosi sui mezzi più diversi.

 

Anche in quei giorni però le differenze sociali emergevano. D’altra parte non  si può chiedere all’improvviso alla “noblesse oblige” di scendere a livello della misera plebe!!! E così, per le città, tra le rotaie di un tram e l’altro, o sulle corsie preferenziali delle circonvallazioni, o sui sagrati delle chiese prospicienti le piazze più “in” delle città, ecco apparire nugoli di cavalieri, tutti attrezzati quasi come se fossero ad una caccia alla volpe in compagnia del Principe di Galles con le sue mute di cani in testa. Cavalieri che, dall’alto dei loro destrieri, lanciavano vaghe occhiate ai camminatori e pedalatori plebei.

 

Anch’io in quell’epoca, come già vi ho detto parlando del cavallo “Asso” (http://www.inchiostrofresco.it/blog/2014/05/08/asso-cavallo-west/, http://www.inchiostrofresco.it/blog/2014/06/19/freccia-bianca-campagna-asso-cavallo-veloce-delloltregiogo/), optai per muovermi su un quadrupede, fermo restando che per me sino ad allora, i cavalli li avevo visti solo nei film di John Wayne, quelli con i famosi “couboi”.

 

Con alcuni amici andai a prendere lezioni “di cavallo” a Stazzano al Pian delle Botti, dove c’erano ronzini che, quando ci vedevano arrivare da lontano, già sapevano cosa dovevano fare. Le prime lezioni furono a dire poco, disastrose, perché i “sacchi di patate” erano molto più eleganti che non noi sopra quelle povere bestie che più che biada, avrebbero meritato una medaglia al valor equino-civile e un box a otto stelle. Il mio cavallo maestro si chiamava Gadir e mi venne descritto come un cavallo arabo ed io quando lo  montai per la prima volta, sin da subito mi sentii come Lawrence d’Arabia.

 

Fatto sta che, sia per le belle ragazze che frequentavano il Pian delle Botti, sia per quelle inedite location ove, scendendo da cavallo, si poteva gustare un bel salamino fatto alla griglia accompagnato da un vinello talmente bianco che ti tagliava le gambe senza che tu te ne accorgessi, mi innamorai di quel mondo che al galoppo, al trotto o al passo  lo si vedeva da una prospettiva tutta diversa.

 

Così mi comprai un cavallo tutto per me. Era un pomeriggio di autunno inoltrato, di quelli quando le giornate iniziano ad accorciarsi, quando al Pian delle Botti, quasi sul far della sera, arrivò il van di Mario Parodi con due cavalli. E Mario mi disse: “Qui c’è un cavallo che è proprio il tuo!.

Sambor l'ultima volta che lo montai ad Arenzano, quando dovetti darlo ad una ragazza

Sambor l’ultima volta in cui lo montai ad Arenzano, quando dovetti darlo ad una ragazza

 

Fece scendere un puledrino che, ancora stordito dal viaggio, aveva due occhi talmente spaventati che sembravano due grossi laghetti. Mario, senza nemmeno dargli il tempo di rendersi conto di dove fosse, lo sellò e mi fece salire in groppa. Schioccò la frusta e il cavallo partì a razzo con me sopra che non sapevo più a che santo votarmi. Tiro le redini, mi raddrizzo di schiena, cerco di caricare tutto il peso sul suo posteriore ma niente da fare per fermarlo, tanto che se avessi avuto un freno a mano, l’avrei tirato con tutto il cuore. A mettere fine a quella cavalcata pre-notturna ci pensò la strada stessa perché all’improvviso eravamo giunti al suo termine e il cavallo non sapendo più dove andare, si piantò su tutte e quattro le zampe ed io, come nei più classici dei  film , feci in aria una piroetta tonda tonda, cadendo davanti a lui, con le redini in mano però. Stetti un attimo a controllare il buon funzionamento di tutte le mie articolazioni e dopo aver constatato che tutto andasse bene, aprii gli occhi e sopra di me vidi il suo bel musone a due palmi dal mio,  quasi volesse dirmi: “Scusami ma la colpa non è la mia, ma di quello che mi ha portato qui e che, senza darmi il tempo di ambientarmi, ci ha fatto conoscere”.

Martino, altro cavallo che mi fu dato in affidamento alla Pollarola

Martino, altro cavallo che mi fu dato in affidamento alla Pollarola

 

E fu così che m’innamorai di Sambor, perché quello era il nome del mio cavallo, che mi avrebbe accompagnato per tanto tempo della mia vita insieme ai miei amici di cavalcate come Mario Parodi di Stazzano e il lattaio Carlino che ancora oggi rifornisce, alle cinque del mattino, di latte tutti i bar e le panetterie di Novi e con loro, insieme anche ad un altro amico come Marco Pittaluga di Rapallo, ci divertimmo un mondo a galoppare per tutte le stradine del circondario, cavalcando alla John Wayne e giocando agli indiani con il vento tra i capelli sfiorando le foglie degli alberi,  ma partecipando  anche ai concorsi ippici, orgogliosi del nostro patentino che conseguimmo all’Ippica Alessandrina davanti ad una commissione presieduta da un Generale in pensione.

Bimbo l'altro cavallo, il mio secondo grande amore, che tenni alla Pollalrola (Capriata D'Orba)

Bimbo l’altro cavallo, il mio secondo grande amore, che tenni alla Pollalrola (Capriata D’Orba)

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