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Strade, ferrovie e frane

Questo articolo potete leggerlo anche sul numero di febbraio de L’inchiostro Fresco

I pendolari dell’Acqui-Ovada-Genova sanno benissimo che, ogni volta che piove un po’ intensamente, rischiano di trovarsi la linea bloccata da qualche frana che precipita, o rischia di cadere, sull’unico binario. Gli ultimi eventi alluvionali, ma non solo quelli, hanno provocato su tutto il nostro territorio appenninico decine d’interruzioni di strade per frane. Molte frazioni sono rimaste completamente isolate; alcuni paesi hanno potuto essere raggiunti solo con strade alternative. Oltre ai disagi, costi di ripristino per queste situazioni sono sempre ingenti.

Per prevenire, come doveroso, questi fenomeni, ci sono tre sistemi: o costosissime e spesso obbrobriose opere in cemento armato; o terrazzamenti dei terreni, come si faceva una volta in molte zone della Liguria, che richiedono, però manutenzione attenta e continua; oppure lasciare fare alla natura, nel senso che gli alberi che naturalmente crescerebbero, nel nostro clima, sui pendii, rappresentano un ottimo freno agli smottamenti del terreno. Sia perché proteggono dalle erosioni dovute da precipitazioni intense, sia perché il loro apparato radicale forma una rete di stabilizzazione sotterranea. Per funzionare in tal modo, le piante hanno però bisogno di crescere abbastanza. Se ogni dieci o venti anni si taglia il bosco per far legna, i poveri alberelli non hanno il tempo di creare un apparato radicale abbastanza profondo ed esteso. Occorrerebbero perciò anche norme di legge che obblighino a mantenere un’adeguata copertura arborea per tutti i pendii, oltre una certa pendenza, gravitanti su strade e ferrovie. Non si tratterebbe neppure di superfici improduttive, perché tali aree potrebbero essere dedicate anche alla raccolta di funghi o castagne o ghiande o frutti di bosco. Ma forse a qualcuno conviene spendere tanti soldi in appalti per muraglioni di cemento o ripristini di strade franate, invece che prevenire.

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