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Parcheggi (in)civili

La fretta, si sa, è cattiva consigliera. Questo infatti recita un ben noto proverbio “della nonna”. E quando siamo in auto, e dobbiamo parcheggiare, lo è ancora di più.
Nelle nostre strade sempre congestionate da mille veicoli, talvolta diventa quindi impossibile lasciare il nostro mezzo per un paio di minuti, figuriamoci per alcune ore.
Il parcheggio, da semplice azione di lasciare per un tempo più o meno limitato la nostra automobile o il nostro motorino, si è involuto, trasformandosi di fatto in una caccia spietata – più tipica dell’uomo primitivo della savana, piuttosto che dell’ “homo sapiens sapiens” – messa in atto con strategie senza esclusione di colpi, dove comanda la furberia, l’inganno e, putroppo, il mancato rispetto per gli altri.
La buona educazione, come insegnano altri proverbi “della nonna”, prevede di non recare alcun disturbo nei confronti delle persone che stanno attorno a noi, o di recarne il meno possibile laddove non si riesca a fare altro. E ciò rimane – o dovrebbe rimanere valido – anche per quando siamo al volante.
Pertanto, non si dovrebbe parcheggiare in doppia fila (bloccando le auto che sono in prima); non si dovrebbe parcheggiare innanzi ad un passo carrabile, ad una serranda, ad una finestra o vetrina di negozio. E non si dovrebbe neppure parcheggiare sullo zerbino di un portone, perchè se si ostacola così il passaggio delle persone a piedi, si blocca del tutto l’accesso per coloro che devono muoversi con l’ausilio di una carrozzella.
Da parte del guidatore c’è la scusante dei “due minuti e vado subito via”, “non c’è parcheggio nelle vicinanze” (come se il percorrere un tratto di strada con le proprie gambe possa causare dei malori irrimediabilmente gravi), o ancora “tanto nessuno di sicuro deve uscire”. Tutte scuse per giustificare un comportamento che, di civile, ha davvero ben poco.
Vista la mancata osservanza della buona creanza – la quale evidentemente non va più di moda – qualcuno invoca, da più parti, una maggiore presenza della Forza di Pubblica Sicurezza, atta a garantire il rispetto delle norme del Codice della Strada.
Anche in questo caso, però, è più semplice a dirsi che a farsi.
Come sempre, per capire la gravità del danno – o impedimento – che causano i guidatori nel parcheggiare male, basta solo un po’ di buon senso. Ma soprattutto basta considerare di essere, come si suol dire “dall’altra parte della barricata”. Immaginate quindi – mentre state guidando – di non essere voi al volante che cercate un parcheggio, ma di essere coloro che sono bloccati dai “due minuti” del tizio che compra il pane o che beve un caffè, oppure dall’auto in doppia fila, o ancora che non riescono ad entrare nella propria casa perché un auto o un furgone non permette loro di proseguire. Allora ci si accorgerà che, al di là della buona creanza, delle norme del Codice della Strada, delle multe, delle pretese o dei litigi, il fatto di parcheggiare bene è un diritto-dovere, ma soprattutto un atto di rispetto nei confronti di chi ci sta attorno.

Claudio Passeri

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