Perché non adottare il “modello Lega” per il Ponte Morandi?

Perché non adottare il “modello Lega” per il Ponte Morandi?

È ormai passato un anno tondo, tondo da quel tragico 14 agosto 2018, quando il ponte Morandi è collassato trascinando con sé morte, distruzione e stravolgendo l’intero quadro urbanistico di un’intera città come Genova, mettendo in ginocchio l’economia del più grande porto del Mediterraneo e gettando nella crisi le relazioni commerciali di tutto il Nord Italia.

Chi i colpevoli, o meglio il colpevole di tutto questo?

E parlo al singolare di “Colpevole”, perché, più che attuare il solito maxi processo con nugoli di indagati ed eserciti di avocati e periti di parte, sarebbe meglio individuare il colpevole. Uno, uno solo, ovvero chi traeva profitto da quell’opera poi collassata.

E dunque il “colpevole” altro non è che il proprietario (o concessionario) che ha incassato i pedaggi per fare transitare gente e mezzi su quel ponte che, come ancora oggi hanno evidenziato particolari foto scattate da un satellite, era prossimo al crollo.

Qualcuno potrebbe dirmi: perché parli di “proprietario” e non di “Stato”?

La risposta è semplice: perché nell’anno domini 1999 il governo D’Alema privatizza la rete autostradale italiana, che sino a quella data era in mani pubbliche.

Nel 1950 infatti all’interno del gruppo IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, nato nel 1933 e diventato, nel secondo dopoguerra, una delle più grandi aziende a livello mondiale) fu creata una società (la “Società Autostrade Concessioni e Costruzioni Spa”, che nel 1987 verrà poi quotata in Borsa) per costruire e gestire la nascente rete autostradale italiana.

Nel 1956, questa Società inizierà i lavori per la realizzazione dell’Autostrada del Sole che verrà inaugurata, dopo soli otto anni di lavoro, nel 1964 e che unirà anche visivamente il Paese tra Nord e Sud.

Possiamo dunque dire che tutte le strade e autostrade costruite in Italia dal 1950 in poi (grazie anche ai fondi del Piano Marshall), siano state realizzate dalla mano pubblica (cioè dallo Stato, cioè da tutti noi), ovvero dall’IRI che, grazie ad una convenzione firmata nel 1956 dalla sua consociata Società Autostrade con ANAS, si occuperà anche della manutenzione.

Ma il vento di Tangentopoli, dal 1992 in poi fa cadere la nostra classe politica in preda alla “febbre delle privatizzazioni” e così, invece di riordinare l’assetto burocratico/organizzativo degli Enti pubblici, si getta via “l’acqua sporca e il bambino”, dismettendo tutto quello che si poteva dismettere, dai treni alle strade, alle telecomunicazioni, agli aerei e forse anche, speriamo di no, alla sanità.

E così al grido “privato è bello” nel 1999, come già detto, il governo D’Alema (ci voleva un ex comunista per scoprire il privato?) privatizza le autostrade che cadono in mano ad una cordata capitanata da un imprenditore di grido, che per la modesta cifra di 5 mila miliardi di lire (non si poteva almeno aspettare l’avvio dell’Euro?), diventa il dominus della rete autostradale italiana.

Ed ora, negli anni in cui si sta andando su Marte, ironia della sorte siamo ritornati al Medioevo, quando per passare su un ponte dovevi pagare il dazio al feudatario della zona!!!!!

Ma se almeno i feudatari i un tempo proteggevano le loro popolazioni, questi nuovi nobili della sorte dei loro sudditi sembra che poco se ne importino, perché da quello che sta emergendo, sul Morandi ci hanno fatto transitare carichi che ai tempi della sua progettazione nemmeno si pensava potessero esistere e la manutenzione, almeno da quanto appare dai vari servizi giornalistici, lasciava alquanto desiderare.

Di chi dunque la colpa? Il nome non lo dico, nemmeno sotto tortura, perché fare certi nomi ormai qui in Italia è diventato pericoloso.

Mi limiterò a dire semplicemente “il proprietario della struttura” o meglio lo chiamerò “Iddu”.

Dovrebbe essere la Magistratura ad avere questo coraggio che io non ho, ma la magistratura mi sembra che ad oggi vada avanti come un bradipo.

Eppure un modello da seguire ce lo avrebbe. È il modello Lega, tra l’altro attuato proprio dalla Procura di Genova.

Come si legge infatti in un articolo titolato “La vera storia dei 49 milioni della Lega, ecco chi rischia nei vari filoni d’indagine” di Matteo Indice, apparso su Il secolo XIX del 8 luglio 2018, la Procura, a fronte di un mal utilizzo di 500 mila euro e di un azzardato investimento di sette milioni di euro investiti nel settore diamantifero in Tanzania, ha bloccato l’intero patrimonio della Lega Nord per un totale di 49 milioni di euro.

Il Procuratore ha fatto bene perché in tal modo ha tutelato gli interessi di tutti noi cittadini in quanto i 49 milioni di euro provengono da rimborsi elettorali e devono servire al partito per gestire la sua attività politica e non per fare investimenti o sperperarli.

Ma allora perché quello stesso Procuratore non ha pensato di bloccare in via cautelativa l’intero patrimonio di “IDDU” ovvero del “PROPIETARO” (o CONCESSIONARIO) del Ponte Morandi, su cui rifarsi, un domani accertate tutte le responsabilità, per un danno molto, ma molto superiore ai 49 milioni di euro?

Gian Battista Cassulo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *