SANDRO PERTINI, UN UOMO COERENTE CON LA SUA STORIA

Il 29 giugno 1985 terminava il suo mandato da Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Ecco un appunto sul “presidente più amato dagli italiani” di Franco Astengo

Molte banalità si sono scaraventate, nel tempo, sulla memoria di Sandro Pertini. La sua fase da Presidente della Repubblica ridotta a qualche spot: l’ira sui mancati soccorsi nel terremoto dell’80, l’ansia per la tragedia di Vermicino, la gioia per la vittoria del Bernabeu. Il tutto ridotto a sorta di messaggi pubblicitari, all’insegna dell’uso moderno della personalità politica e della comunicazione istituzionale ad uso televisivo.

Anche rispetto alla fase dell’antifascismo militante spesso nelle ricostruzioni ci si è mossi in senso agiografico, quasi se si fosse trattata di una “cavalcata solitaria” di un ostinato renitente crogiolatosi nella sua ostinatezza “dalla parte del torto”. Naturalmente sono state editate pubblicazioni diverse, capaci di cogliere nel segno, com’è stato recentemente nel caso della biografia del Pertini giovane, redatta da Giuseppe Milazzo, giovane storico concittadino del Presidente.

I passaggi fondamentali di Sandro Pertini

L’aria che tira sulla memoria di Sandro Pertini appare però, grosso modo, quella della banalità agiografica nell’oblio di alcuni passaggi fondamentali.

Provo ad enuclearne alcuni di questi passaggi, a mio giudizio fondamentali al fine di tentare di esprimere un giudizio complessivo sull’operato politico di Pertini:

Il senso di appartenenza

Nel corso della lotta antifascista Pertini non smarrisce mai il senso dell’appartenenza di classe e della relativa necessità di rappresentanza politica. Lo dichiara più volte: “i miei riferimenti sono rappresentati dagli operai dell’ILVA e del Porto di Savona”. Non tanto e non solo perché Savona è la sua città, ma perché quegli operai e quei portuali fanno parte della “classe” dentro al triangolo industriale, laddove i partiti non hanno mai smesso di praticare la battaglia antifascista dentro i luoghi di lavoro (lo si vedrà bene con gli scioperi del Marzo ‘43 e ‘44) e dove mantenere la saldatura tra i partiti di sinistra non costituirà semplice materia di esercizio retorico ma fatto concreto come vedremo nella lotta di Resistenza e subito dopo il 25 Aprile quando si tratterà di ricostruire le Istituzioni, a partire da quelle locali. Il senso dell’appartenenza politica legata alla rappresentanza della classe operaia non abbandonerà Pertini neppure nei momenti più difficili del rapporto a sinistra, pur mantenendosi saldamente dentro al perimetro storico del Partito Socialista. Un senso dell’appartenenza che si manterrà durante la temperie suscitate dai fatti di Ungheria del 1956, al suo personale – decisivo – protagonismo nel corso dei fatti del Luglio ‘60, fino al passaggio del PSI nell’area di governo, alla formazione dello PSIUP e alla elezione alla Presidenza della Camera e alla sua reazione di fronte al terrorismo, a partire dalla tragedia di Piazza della Fontana;

Dallo Stato liberale al nuovo stato uscito dalla Resistenza

L’elezione di Pertini a Presidente della Camera dei Deputati rappresenta un passaggio molto rilevante nello svilupparsi dell’assunzione della sua responsabilità politica. Anche questo punto non è mai stato analizzato a fondo nell’analisi della dimensione più propriamente politica dell’attività di Pertini. Nell’assumere, infatti, una dimensione istituzionale riferita, nel caso della Camera, verso tutte le componenti dell’emiciclo dismettendo la dimensione di “parte” Pertini mette in luce una concezione ferma dell’identità dello Stato. È la stessa concezione che lo aveva guidato durante la fase conclusiva della Lotta di Liberazione, alla guida del Comitato di Liberazione Alta Italia allorquando la sua opera contribuì in maniera decisiva all’assunzione di due decisioni fondamentali: quella della scelta del momento dell’insurrezione che risultò assolutamente fondamentale per determinare la cesura necessaria tra il vecchio stato liberale e il nuovo stato uscito dalla Resistenza che fortemente si volle repubblicano impedendo anche agli Alleati di assumere un atteggiamento da “protettorato” e la scelta – sicuramente controversa ma alla luce dei fatti storici dimostratasi assolutamente necessaria – di liquidare fisicamente Mussolini.

La concezione “ferma” dell’identità dello Stato aveva poi portato Pertini ad esprimersi per la “fermezza” nel corso dei 55 giorni del rapimento Moro. Anzi si può dire ad assumere su di sé quasi la “paternità morale” di quella scelta nonostante la diversa posizione della segretaria del PSI.

La difesa dell’identità repubblicana dello Stato

Provvisto di questo bagaglio Pertini approdò alla Presidenza della Repubblica, eletto con larga maggioranza in un momento di grande smarrimento nel quale l’Italia aveva soprattutto bisogno di identità. Quello che seppe fare Pertini dal soglio della più alta magistratura della Repubblica si realizzò proprio in continuità di quelle scelte, fondate tutte su di una ferma coerenza al riguardo della democrazia repubblicana, di rottura inesorabile con il passato, di ricostruzione politica e morale. In quel senso, nel settennato 1978 – 1985, la Presidenza della Repubblica rappresentò il luogo più sicuro di espressione della democrazia nata dalla Costituzione.

Conclusioni

È stato questo un fatto poco ricordato, messo da parte da altre visioni più spettacolari e accattivanti per il grande pubblico, ma che oggi – proprio in una fase di grandi difficoltà per il nostro sistema politico – trovano grandi ragioni per essere ricordate e fortemente sottolineate nella memoria collettiva del Paese.

Franco Astengo

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