Anche quest’anno nella Chiesa di Sant’Antonio, si è rinnovato questo appuntamento religioso, molto sentito da chi ha la fortuna di avere un “amico a quattro zampe”
Questa mattina, sabato 17 gennaio 2026, dalle ore 11.00 nella chiesa di Sant’Antonio ad Arquata Scrivia (Al), si è svolta la funzione che prevede la “Benedizione degli animali” che sono giunti all’antica chiesa, accompagnati dai loro volonterosi proprietari.
La funzione religiosa era aperta a tutti gli animali ed i loro possessori, senza distinzione di specie o razze; anche se a volte è servita un po’ di pazienza, in quanto non sempre i diversi “amici a quattro zampe” hanno ascoltato la funzione nel classico “religioso silenzio“.
Tra un abbaio e un miagolio, Don Michele Chiappuzzi, anche quest’anno nel giorno dedicato agli animali, con molta calma, è riuscito comunque a celebrare la messa liturgica, spiegando anche l’origine storica della benedizione e della figura di Sant’Antonio Abate, al quale questa tradizione è legata.
Fausto Cavo

La storia di Sant’Antonio Abate
Sant’ Antonio Abate era un eremita egiziano vissuto nel III secolo dopo Cristo, il quale dedicò la sua esistenza alla preghiera e all’aiuto verso i bisognosi. Lasciò presto la sua agiata famiglia per donare tutti i suoi beni ai più poveri e, per molti, questo lo accomuna a San Francesco. Si rifugiò in un fortino nel deserto e da eremita pregava giorno e notte e si teneva compagnia con animali e uccelli. Così, visse per oltre vent’anni e per questa ragione, molti lo chiamano Sant’Antonio del Deserto.
Fu un eremita e un taumaturgo: ben presto, infatti, molti uomini accorsero al suo fortino per chiedere lui il miracolo della guarigione da malattie e possessioni demoniache. La sua figura fu così importante che Sant’Antonio divenne il riferimento spirituale per molte comunità di eremiti formatesi nel deserto.
La leggenda dice che Sant’Antonio Abate morì molto anziano all’età di 105 anni sempre circordato da animali nel suo orto e il 17 gennaio, lo ricorda come Santo protettore degli animali domestici, patrono dei maiali e della stalla, dei salumai e dei macellai.
Attorno al Santo aleggiano tantissime leggende, quasi tutte legate al simbolo del fuoco e del maiale, simboli che compaiono nelle sue raffigurazioni. Per molti lui è Sant’Antonio del Fuoco, dove le fiamme indicano il rinnovamento e il buon auspicio per il raccolto e ancora oggi, nelle campagne, lo si venera come simbolo del passare delle stagioni. In tanti luoghi, in onore del Santo, si accendono falò la notte del 17 per scacciare il male che, ardendo nelle fiamme, può lasciare spazio al nuovo. Il maiale invece, sempre presente al suo fianco nelle raffigurazioni, sarebbe legato alla sua fama di taumaturgo; in un intreccio storico con gli Antoniani e ai loro ospedali (ne eressero uno nei pressi ove riposavano le spoglie del Santo) dalla macellazione del maiale venivano estratti unguenti utilizzati per la cura del “Fuoco di Sant’Antonio” (ndr.: Herpes Zoster), legando definitivamente il Santo alla figura del suino e rendendolo protettore degli animali domestici.
Un’antica tradizione contadina lega la data della celebrazione del Santo ad una leggenda: la notte tra il 16 e 17 gennaio sarebbe la notte in cui tutti gli animali domestici hanno la possibilità di parlare. Curiosamente, si dice che il miracolo sia di buon auspicio solo se non si ascolta quanto gli animali si dicono fra di loro. I bambini infatti, venivano tenuti distanti dalle stalle in quell’occasione.
Fausto Cavo









