Ieri sera, giovedì 19 marzo 2026, si è spento protagonista della politica degli anni Novanta
Si può essere d’accordo o meno con le idee propugnate da Umberto Bossi sul federalismo e sulla sua idea del nostro Paese, ma una cosa è certa: Umberto Bossi sul palcoscenico della politica italiana di fine millennio ha lasciato un segno indelebile e ha creato un movimento che ancora oggi, pur con tute le modificazioni che ha subito, è vivo e radicato sul territorio.
Ovvero ha creato un partito alla vecchia maniera, con una militanza di base attiva sul territorio ed una struttura articolata su una partecipazione politica dal basso che ha saputo resistere alla “personalizzazione” partitica dilagata all’indomani del terremoto prodotta della stagione del “Pool Mani Pulite di Milano”, che ha mandato in pensione i partiti storici di quella che impropriamente viene definita “Prima Repubblica”.
E attorno a lui ha preso forma quell’idea ottocentesca del federalismo propugnato da Carlo Cattaneo e poi tradotta in chiave contemporanea dal prof. Gianfranco Miglio, che diventerà l’ideologo della Lega Nord, il partito fondato da Umberto Bossi nel 1987 e costituito l’8 gennaio del 1991.
Un partito e un’idea federalista che porterà nel 2001, ironia della sorte ad opera di due governi di Centro – sinistra acerrimi nemici della Lega, ad una radicale riforma costituzionale che vedrà la riscrittura completa del Titolo V della Costituzione che ridisegnerà la cornice e i rapporti tra Stato, Regioni ed Enti locali in senso, sotto il profilo amministrativo, federale.
Oggi Umberto Bossi non c’è più ma, condivisibile o meno, resta il segno del suo passaggio e noi vogliamo ricordarlo quando era ospite della “Festa della Padania” a Capriata d’Orba (Al), organizzata da Daniele Poggio, alla quale non mancava mai.
Gian Battista Cassulo
La prima “Festa della Padania” a Capriata d’Orba (Al) fu avviata nel 1995 e ancora oggi ad agosto si rinnova questo appuntamento. Pubblichiamo qui di seguito i servizio che realizzammo sulla 24° Festa della Padania di Capriata d’Orba (Al) che si tenne dal 1° al 4 agosto 2019, prima dell’emergenza Covid e che fu l’ultima alla quale partecipò, sia pure ormai ammalato, Umberto Bossi
L’On. Riccardo Molinari ha inviato in redazione il seguente comunicato:
“Umberto Bossi non è stato solo il fondatore della Lega, ma uno dei più importanti esponenti politici dell’Italia repubblicana. Quando, quindicenne, ho bussato alla porta della sezione della Lega di Alessandria, l’ho fatto perché affascinato dal carisma di Umberto, e dalla sua capacità di arrivare al cuore della gente del Nord. Tutto il mio successivo impegno politico, fino ad oggi, è stato ispirato dai suoi insegnamenti, dalla sua forza di trascinatore, ma anche dalla sua sottile capacità diplomatica, che ha consentito alla Lega di radicarsi nei nostri territori, di crescere, di dar voce ai bisogni, alle esigenze, ai sogni dei popoli del Nord. La battaglia che in questi anni stiamo conducendo, insieme al Segretario Salvini e al Ministro Calderoli, per l’autonomia differenziata nelle nostre regioni è figlia degli ideali ‘bossiani’ grazie ai quali tutti noi, dentro la grande comunità della Lega, ci siamo incontrati, siamo cresciuti, abbiamo imparato a lottare senza mai arrenderci. Umberto Bossi oggi ci lascia fisicamente, ma la sua forza e i suoi insegnamenti continueranno ad accompagnarci nel nostro cammino politico. Come diceva nei suoi comizi “Quando un Popolo cammina, piega la Storia”. Il cammino è ancora lungo, ma lui ha aperto la strada e ci ha indicato la via“.
Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera dei Deputati, e segretario della Lega in Piemonte,
DALLA SVIZZERA CI HA SCRITTO TIZIANO GASTALDI
Ieri ho appreso, dapprima da internet e poi per avere la conferma non trattarsi di un fake, dal telegiornale, della morte di Umberto Bossi, il “Senatùr”, morto il 19 marzo 2026 a Varese all’età di 84 anni. Con lui scompare una figura controversa, dura, divisiva quanto si vuole, ma innegabilmente centrale nella storia politica italiana degli ultimi decenni: uno dei pochi che abbia avuto il coraggio di porre, in modo radicale e non ornamentale, il problema del rapporto tra territorio, popolo e Stato centrale. Reuters ricorda infatti il suo ruolo decisivo nel portare al centro della scena politica italiana il tema dell’autonomia del Nord e della critica al centralismo romano.
Io ebbi l’occasione di incontrarlo e di discutere più volte con lui, contraddicendolo spesso, ma sempre oggettivando le mie contestazioni di cui poi Lui tenne sempre conto. Gli regalai anche un paio di libri dove il suo reale curriculum scolastico era ben descritto, oltre ad una protesi di anca usata, da tenere come fermacarte. Fu studente di medicina a Pavia. E poi al compleanno sotto il tendone quando gli portai la famosa grappa dell’amico Inga. Mi sento in dovere di porgere le mie sentite condoglianze alla famiglia.
Non le porgo invece alla Lega di oggi e ai suoi rappresentanti, perché la Lega, a un certo punto, tradì Bossi ben più di quanto lo abbiano tradito i suoi avversari. Lo tradì quando smise di essere strumento di una battaglia storica e territoriale per diventare altro: contenitore, macchina di consenso, apparato. Lo tradì quando abbandonò il cuore del problema per inseguire formule più utili al potere che alla verità. E tuttavia, al di là dei limiti dell’uomo e delle degenerazioni del movimento, resta un punto che considero essenziale: Bossi aveva visto il problema vero.
Quello che vedevo io e che continuo a descrivere; aveva capito che il degrado italiano non dipende soltanto da una cattiva classe dirigente, ma da una forma sbagliata di Stato. Io sono andato oltre allargando molto di più il panorama da esaminare e da discutere.
Il male italiano non è solo morale, non è solo culturale, non è solo economico. È istituzionale. È strutturale. È quasi architettonico. Uno Stato centralista, lontano, invasivo, inevitabilmente finisce per separare il potere dalla vita reale dei popoli. E quando il potere si separa dalla vita, smette di governare e comincia a sfruttare. Per questo continuo a ritenere che una riforma confederale, o almeno autenticamente federale, non sia una nostalgia di altri tempi, ma l’unica risposta seria al degrado progressivo e apparentemente inarrestabile di uno Stato ormai in mano a poteri che col popolo italiano hanno sempre meno a che fare, se non nel senso di svuotarlo, tassarlo, disciplinarlo, umiliarlo e spogliarlo perfino della dignità. Non parlo da spettatore. Parlo da uomo che quella battaglia l’ha attraversata.
Ebbi infatti l’onore di poter essere uno dei tre redattori della proposta di riforma confederale padana, e portai pubblicamente quel pensiero nella sede simbolica del Parlamento della Padania di Chignolo Po. Radio Radicale conserva la registrazione della prima seduta del 9 novembre 1997, nella quale risulto tra gli intervenuti, e dove si collocava proprio l’avvio pubblico di quella riflessione politica sul destino istituzionale del Nord e sul tema dell’autodeterminazione.
Questo per me non è mai stato folklore. Non è mai stata caricatura. Non è mai stata una semplice agitazione identitaria. Era, ed è, una questione di filosofia politica nel senso più alto del termine: quale forma deve assumere il potere perché l’uomo possa ancora respirare dentro la comunità che abita? Perché il punto non è avere più bandiere, ma avere meno dominio. Non è moltiplicare le parole, ma riportare la decisione vicino alla vita reale. Non è dividere per odio, ma articolare per salvare.
Il centralismo non unisce: comprime. E ciò che viene compresso troppo a lungo non si integra, si corrompe. Io stesso, dopo aver lottato per anni per il federalismo, ho dovuto prendere atto che in Italia mancava non solo la volontà di realizzarlo, ma perfino quella di comprenderlo. E allora mi tornò in mente una frase semplice, quasi ironica, ma perfettamente adeguata alla situazione: “se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna“. Se non ho potuto vivere in uno Stato disposto a riformarsi secondo ragione, allora sono andato io verso una realtà politica più vicina alla ragione. Per questo sono diventato svizzero. E lo dico senza esitazioni: qui, con il federalismo e fuori dall’Unione Europea, si sta molto meglio che in Italia. Non perché la Svizzera sia perfetta, ma perché è costruita con un maggiore rispetto per il limite del potere, per le autonomie reali, per il pluralismo storico dei territori, per il principio secondo cui ciò che può essere deciso in basso non deve essere confiscato dall’alto.
Purtroppo da qualche tempo, questa condizione è sotto attacco da più parti. Il punto, infatti, non è semplicemente amministrativo. È antropologico. Dove il potere si accentra e si allontana, il cittadino si rimpicciolisce. Dove invece il potere si distribuisce, si avvicina, si controlla, l’uomo torna a essere persona e non ingranaggio.
La libertà non nasce dalle parole altisonanti, ma dalla concreta possibilità di contare qualcosa nel luogo in cui si vive, si lavora, si produce, si educa e si trasmette memoria. Ed è da qui che il discorso si lega anche al referendum e, più in generale, alla miseria mentale del nostro tempo. Perché il problema non è solo cosa si vota, ma come si arriva al voto.
Qui sta la questione decisiva. Si ragiona o ci si fida? Perché votare per fede, affidandosi a una parte o all’altra senza capire, è spesso peggio che non votare affatto. Se si comprende, si sceglie. Se non si comprende, si studia. Ma affidare il proprio giudizio ai soliti interpreti interessati, a quelli che non dicono il vero ma il conveniente, a quelli che leggono il mondo secondo utilità di parte e non secondo verità, non è partecipazione democratica: è soltanto una forma elegante di obbedienza.
La democrazia non muore solo quando viene impedito il voto. Muore anche quando il voto sopravvive, ma il pensiero che dovrebbe sostenerlo è già morto. Un popolo che non ragiona più diventa materia da propaganda. E un elettore che si limita a “fidarsi” non è più un cittadino: è un consumatore di slogan, un devoto di appartenenza, un suddito che si crede libero perché ogni tanto viene chiamato a ratificare, non a giudicare. Per questo il problema non è soltanto la destra o la sinistra, il governo o l’opposizione. Il problema è molto più profondo: abbiamo sostituito il giudizio con l’appartenenza.
E quando l’appartenenza prende il posto del pensiero, la politica decade in tifo, la coscienza in riflesso, la libertà in automatismo. Non si vota più secondo verità comprese, ma secondo parole d’ordine consumate. In questo quadro, fa quasi sorridere il livello del dibattito italiano, sempre più prigioniero di personaggi mediatici, di formule prefabbricate, di polemiche senza altezza. E allora sì, lo dico anche con un’ironia amara: grazie per tenervi la Schlein.
Qui in Svizzera quasi nessuno sa chi sia, mentre in Italia è diventata materia politica. E questo non dice tanto di lei, quanto del livello di un Paese che discute in superficie di nomi e facce e intanto evita accuratamente le domande vere: che cos’è oggi lo Stato italiano? Chi comanda davvero? A vantaggio di chi? In rapporto a quali territori? Con quale legittimità sostanziale? E fino a quando si potrà chiamare democrazia un sistema che chiede consenso ma scoraggia comprensione? Bossi, con tutti i suoi errori, almeno aveva rimesso sul tavolo una questione autentica: il conflitto tra il popolo concreto e l’astrazione del potere centralizzato. Dopo di lui, troppo spesso, i conflitti reali sono stati sostituiti dalle loro rappresentazioni televisive.
Ma una scena non è una verità. Una narrazione non è una soluzione. E un sistema che vive di narrazioni invece che di riforme reali non è un sistema politico vivo: è una macchina di intrattenimento per sudditi. Per questo non credo che il modo migliore di ricordare Bossi sia quello di imbalsamarlo nella retorica o di ridurlo a reliquia di una stagione passata. Lo si ricorda davvero solo riprendendo sul serio la domanda che aveva avuto il coraggio di porre: può esistere libertà politica vera dentro uno Stato che ha smarrito il rapporto con i suoi popoli, con i suoi territori e con il limite? Io penso di no.
E penso che l’Italia, se non avrà il coraggio di ripensarsi radicalmente in senso federale o confederale, continuerà a decadere sotto il peso di un centralismo inefficiente, moralista con i deboli e servile con i forti, capace di chiedere sacrifici a chi produce e a chi lavora, ma incapace di restituire ordine, giustizia e dignità. Bossi non era la soluzione totale. Ma aveva visto il problema reale. E in politica, vedere il problema reale è già molto più di quanto sappiano fare quasi tutti quelli che pretendono di governare.
La libertà non consiste nello scegliere tra due menzogne ben confezionate, ma nel conservare abbastanza intelligenza da riconoscere che sono menzogne. Finché un popolo non ritroverà questa dignità del giudizio, continuerà a chiamare democrazia ciò che è soltanto amministrazione dell’obbedienza. GAs pensiero di oggi 20.03.2026.
Tiziano Gastaldi
Ed ecco la nostra risposta:
Grazie Tiziano per il tuo lungo commento che condivido anche perché in politica, se bene si vogliono intendere le dinamiche che si agitano al suo interno, occorre introdurre studi antropologici e andare a fondo nella natura dell’uomo. Certo è che la “partecipazione politica dal basso“, ovvero la “militanza di base“, là dove il potere è sentito come lontano, alla lunga tende a dissolversi.
Caso diverso invece, è quando le decisioni politiche vengono prese nel nostro “cortile di casa“. Quasi ci si sente in dovere di intervenire! Federalismo, dunque per portare il potere più vicino ai cittadini, ma il “Federalismo” è materia da maneggiare con cura.
La Riforma costituzionale con lo stravolgimento del Titolo V della Costituzione avvenuta nel 2001 ad opera del Centro – sinistra (operata nel maldestro tentativo di sottrarre la Lega al centro – destra), di fatto non solo ha danneggiato l’idea del federalismo, ma ha danneggiato l’esistente, perché ad un centralismo nazionale ha sostituito altri 20 centralismi locali. Ovvero ha diviso il nostro Paese in venti piccoli stati!
Nulla invece è stato fatto per stimolare la “partecipazione politica dal basso“, favorendo, ad esempio, l’associazionismo, il volontariato, la nascita di fogli d’informazione locale e quant’altro per incoraggiare la dialettica tra la gente, intesa come strumento per approfondire le varie scelte politiche.
E qui entrerebbero in campo gli studi antropologici per meglio comprendere le dinamiche della natura dell’uomo, e invece a livello regionale abbiamo assistito ad un rapace presa del potere, dove si sono semplicemente riprodotti, quasi in fotocopia, i vecchi riti del potere centrale statalizzato!!!!
Ma non il sogno di Carlo Cattaneo di portare il potere vicino alla porta del cittadino!!! E questo mi fa pensare che oggi la nostra vera emergenza, più che politica è culturale!!!!
Un caro saluto da Gian Battista Cassulo









