OVADA E IL BOSCO DIMENTICATO

Storia di pietre, fuoco e potere: la rilettura da parte di Stefano Barbieri delle vicende antiche d’Oltregiogo

Non era un vuoto, ma un confine vivo: sotto il nome oscuro di Ovada si nasconde una terra attraversata da Etruschi, Romani, invasioni, castelli e strategie imperiali. Dalle pietre inglobate nel Medioevo fino all’ascesa di Aleramo, riaffiora la storia di un luogo che da bosco dimenticato diventa snodo di potere. E questa è solo la prima mossa: quella della dinastia che per prima mise in moto i processi destinati a ridisegnare, nei secoli, gli equilibri tra Liguria e Piemonte.

C’è un nome che suona come un sussurro antico tra gli alberi: Ovada e il Bosco di Ovada. Un nome che evoca silenzio, isolamento, una terra aspra e selvaggia. E in effetti, per secoli, è stato proprio così.

Le fonti scritte arrivano tardi, quasi con pudore: 967 d.C., diploma di Ravenna. Prima di allora, il vuoto. O almeno, il vuoto degli archivi. Perché sotto la superficie, la terra racconta un’altra storia. Una storia più antica, più concreta, fatta di pietre, frammenti e fondamenta dimenticate.

I resti archeologici parlano dove i documenti tacciono. Resti etruschi e romani emergono tra Silvano e la località Guastarina, Rondinaria, Miniere d’Oro mentre altri frammenti sono stati inglobati – quasi inghiottiti – nelle mura del vecchio castello di Ovada. Non semplici reperti, ma indizi di una presenza stabile, organizzata. Torri, insediamenti, strutture difensive. Un mondo antico che il Medioevo non distrugge, ma riusa, assorbe, trasforma.

Molti sono gli avvenimenti che si susseguono nei secoli, molte le lotte tra potenze diverse fino ad arrivare all’Ottocento, con la sua furia modernizzatrice. Il castello viene demolito. Non per guerra, ma per progresso. Per volontà di Camillo Benso di Cavour nasce l’attuale Piazza Castello. Le pietre antiche diventano materiale da costruzione, la collina stessa viene ridisegnata, forse persino smembrata per sostenere la nuova viabilità. Una scena quasi chirurgica: la storia che viene smontata e redistribuita altrove, come se fosse una cava.

Per capire davvero Ovada, bisogna tornare ancora più indietro, al IX secolo. Il Mediterraneo cambia padrone. Le incursioni musulmane comprimono i traffici, soffocano le economie costiere. La Liguria si ritira su sé stessa, riducendosi a un’economia agricola fragile, esposta.

Nell’entroterra, la situazione è ancora più dura. Da un lato le scorrerie saracene. Dall’altro le guerre interne, come quelle di Berengario II per il trono d’Italia. Il risultato è una lenta ma inesorabile ritirata: le popolazioni abbandonano le pianure e si rifugiano sulle alture. Nascono villaggi arroccati, difensivi, quasi sospesi tra terra e cielo.

Nel 936, i saraceni risalgono la costa ligure e penetrano nell’entroterra. Arrivano fino a Aqui Terme. Vengono respinti, sì, ma lasciano dietro di sé devastazione. Una cicatrice che rimane.

La rinascita parte da Genova, che riesce a riorganizzarsi più rapidamente. Ottiene autonomie e privilegi, ricostruisce lentamente il proprio sistema economico. E trascina con sé anche l’entroterra. Nascono le grandi marche: Aleramica, Arduinica, Obertenga. Ed è qui che entra in scena una figura che sembra uscita da un romanzo cavalleresco.

Chi era davvero Aleramo?

La leggenda lo dipinge come un eroe romantico: orfano di origine tedesca, cuoco, poi cavaliere per merito, fino a diventare genero dell’imperatore Ottone I. Ma la realtà è più solida, meno teatrale, e forse ancora più interessante.

Aleramo, secondo alcune fonti, nasce in una famiglia nobile di origine provenzale. Suo padre, Guglielmo I di Monferrato, è un uomo di potere, fedele a Ugo di Provenza. È lui a gettare le basi della dinastia aleramica, ed è Aleramo a trasformarle in dominio.

Nel 967, Ottone I conferma ad Aleramo un’enorme rete di territori: Acqui, Savona, Asti, Monferrato, fino a Parma e Bergamo. Non è solo una concessione. È una strategia imperiale. Un modo per stabilizzare un territorio fragile, esposto, attraversato da conflitti.

In questo contesto nasce anche una rete difensiva. La torre di Albarola, a nord di Lerma, è uno degli occhi puntati sul territorio. Un segnale chiaro: qui si osserva, si controlla, si difende.

Ovada non è solo un paese. È una stratificazione vivente. Etruschi sotto i Romani. Romani dentro il Medioevo. Medioevo smontato nell’Ottocento. Un luogo dove ogni pietra potrebbe raccontare una storia diversa, se solo qualcuno si fermasse ad ascoltarla.

E forse il vero paradosso è questo: quella che sembrava una terra vuota, un “bosco” dimenticato, è in realtà un crocevia di potere, paura e rinascita. Un luogo che non ha mai smesso di esistere. Ha solo cambiato forma, più volte, come un attore che esce di scena per rientrare con un altro volto.

Ma la vera storia, quella che ha plasmato in profondità queste terre, non si ferma ad Aleramo.

Perché se il suo nome segna l’inizio, è nella sua discendenza che il potere prende forma, si espande, si divide e si trasforma in qualcosa di molto più grande. Una rete di castelli, alleanze, rivalità e domini che ridisegnerà per secoli gli equilibri tra Piemonte e Liguria.

Chi erano davvero gli Aleramici?

Come riuscirono a trasformare un territorio fragile e conteso in uno dei centri dove gli uomini più potenti e influenti del Nord Italia si scontrano per accaparrarsi il dominio?

E soprattutto: quale fu il prezzo di questa ascesa?

Le risposte non sono tra le rovine d’un castello scomparso. Sono nei nomi, nelle genealogie, nelle guerre e nelle scelte che hanno costruito un’intera dinastia. E questa… è solo la prima pietra.

Stefano Barbieri

Fonti

Pistarino, Geo, Da Ovada aleramica ad Ovada genovese, conferenza tenuta il 25 gennaio 1981 presso l’Accademia Urbense di Ovada, estratto da Rivista di Storia Arte e Archeologia delle Province di Alessandria e Asti, annata XC, 1981.
P. Lingua, Breve Storia dei Genovesi, La Terza 2001

Stefano Barbieri, in esclusiva per Inchiostrofresco.it, vi attende per la sua prossima avventura storica. Stay Tuned!

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