GENOVA, L’OLTREGIOGO ED I LONGOBARDI

Prima che diventasse la retrovia strategica di Genova, l’Oltregiogo fu terra di invasioni, rifugi e crolli lenti. Con l’arrivo dei Longobardi, tra città devastate, vie romane che si spengono e nuovi equilibri di potere, questo confine tra costa e pianura comincia a rivelare la sua vera natura: non periferia, ma passaggio decisivo della storia. Stefano Barbieri ci porta a spasso nel tempo rileggendo la storia dal suo punto di osservazione privilegiato.

Per capire davvero il destino dell’Oltregiogo bisogna tornare molto indietro, a un’epoca in cui la geografia politica dell’Italia non era ancora quella delle città e dei comuni, ma quella delle invasioni, delle fughe e dei crolli lenti. È in questo scenario che entrano in scena i Longobardi, popolo avvolto per secoli da racconti frammentari, cronache indirette e memorie spesso deformate dal tempo.

Secondo fonti antiche, la loro origine risalirebbe a un’area del Nord Europa, probabilmente nelle regioni meridionali della Svezia, da cui sarebbero migrati secoli prima di Cristo verso il continente. Erano un popolo nomade, legato soprattutto alla pastorizia e alla guerra, più abituato al movimento che alla stabilità, più incline alla razzia che alla coltivazione della terra. Vivevano in strutture lignee essenziali, trasportate durante gli spostamenti su carri, in una dimensione di mobilità continua che li rendeva radicalmente diversi dal mondo urbano e organizzato dell’eredità romana.

Anche il loro universo religioso appariva lontanissimo da quello latino e cristiano. Le testimonianze più antiche parlano di culti arcaici, legati alle forze naturali, agli animali, alla terra e al sole, celebrati attraverso riti tribali che agli occhi delle civiltà mediterranee dovevano apparire oscuri e feroci. Di quei secoli, in realtà, sappiamo poco. Tra il I e il V secolo dopo Cristo, la storia dei Longobardi resta in gran parte immersa nella nebbia.

Poi, improvvisamente, irrompe nella storia d’Italia.

Nel 568 d.C., una massa imponente di Longobardi attraversò le Alpi Giulie ed entrò nella penisola. La tradizione parla di trecentomila uomini, un numero forse amplificato, ma sufficiente a restituire la portata dell’urto. L’invasione travolse rapidamente la Pianura Padana. Molte città venete caddero sotto la pressione del nuovo popolo armato. A guidarlo era Alboino, il re che condusse i Longobardi fino al cuore dell’Italia settentrionale.

La Liguria non rimase ai margini. Già nel 569, secondo le fonti, il territorio del Nord Italia fu investito dall’avanzata longobarda. Eppure Genova, almeno in una prima fase, riuscì a ritagliarsi un ruolo particolare. Durante l’età imperiale era stata un approdo tranquillo, non centrale rispetto ai grandi assi del Mediterraneo romano. Ma tra V e VI secolo il suo valore crebbe. Mentre le invasioni barbariche devastavano per prime la Pianura Padana e la Toscana, Genova restava relativamente più protetta. A difenderla non erano soltanto le mura, ma soprattutto la sua posizione: stretta al mare e riparata dai monti dell’Oltregiogo, quasi fuori dalle principali direttrici di penetrazione.

Questa collocazione la rese un rifugio prezioso.
Quando i Longobardi di Alboino invasero l’Italia, nel 569, il vescovo di Milano si trasferì a Genova con la propria curia. Per circa settant’anni, si susseguirono qui otto arcivescovi milanesi, che assunsero anche il ruolo di vescovi di Genova. Il dato è rivelatore: in quel momento Genova non era soltanto un porto riparato, ma una città capace di accogliere funzioni civili, religiose e amministrative di primissimo livello.

Ma quella tregua non era destinata a durare.

Tra il 642 e il 644, i Longobardi penetrarono attraverso l’Oltregiogo e conquistarono la Liguria marittima, arrivando fino a Genova. Secondo alcune fonti, il re Rotari devastò sistematicamente tutto ciò che incontrava, costringendo le popolazioni dell’entroterra a rifugiarsi in luoghi sempre più impervi. Giunto a Genova, avrebbe abbattuto le mura e distrutto la città. È probabile che le cronache abbiano accentuato i toni, come spesso accade nei racconti delle invasioni. Più verosimilmente, Genova subì un saccheggio durissimo, accompagnato da uccisioni e devastazioni, ma non una cancellazione totale.

Tra il 643 e il 644, l’arcivescovo di Milano fece ritorno a Milano. Una parte consistente della comunità milanese, però, restò a Genova, mescolandosi alla popolazione locale. È uno di quei passaggi silenziosi che cambiano il volto di una città: non un evento militare, ma un innesto umano, culturale e sociale destinato a lasciare tracce profonde.

Molti storici ritengono che sotto il dominio longobardo Genova abbia vissuto una fase di declino anche sul piano marittimo. Quando nel 774 i Longobardi furono sconfitti da Carlo Magno, la città si trovava infatti in una condizione di relativo isolamento. Le grandi vie romane erano decadute, i collegamenti terrestri si erano indeboliti, e mentre ai due estremi della Liguria porti come Ventimiglia e Luni conservavano una rilevanza strategica, Genova sembrava sospesa in una marginalità che non era soltanto politica, ma infrastrutturale.

Il punto, infatti, non è solo chi conquistò cosa. Il punto è che tra tarda antichità e alto Medioevo si consumò un collasso molto più profondo: quello dell’organizzazione romana. Le invasioni non distrussero soltanto città e campagne. Spezzarono una macchina complessa fatta di tecnici, funzionari, contabili, costruttori, amministratori, idraulici, uomini capaci di mantenere in vita strade, ponti, fogne, mura, sistemi agricoli e reti di scambio. Molti di loro erano fuggiti, erano stati uccisi, o semplicemente erano scomparsi senza che nessuno fosse in grado di sostituirli.

Le opere dei Romani non crollarono in un giorno. Si spensero lentamente.
Le strade si rovinarono, i ponti cedettero, le mura si aprirono, le fogne si intasarono. E ciò che prima era stato spazio di commercio, industria, cultura e agricoltura organizzata si ridusse progressivamente a una costellazione di villaggi chiusi, isolati, impoveriti, abitati da comunità sempre più concentrate sulla sopravvivenza e sulla difesa.

Fu un processo lungo, non un’esplosione improvvisa. Si sviluppò nell’arco di secoli, a partire dal IV secolo, e cambiò radicalmente il paesaggio umano dell’Italia nord-occidentale.

In questo scenario, l’Oltregiogo assume un significato decisivo.

L’area compresa tra Ovada, Novi, Lerma, Casaleggio, Mornese, Gavi e Voltaggio non fu mai soltanto una terra di margine. Al contrario, divenne una fascia strategica, una cerniera tra costa e pianura, tra Genova e il Nord Italia. In età successiva avrebbe rappresentato per la Repubblica di Genova un vero sistema di antemurali difensivi, oltre che un nodo commerciale e una direttrice di espansione.

Ma prima di diventare spazio di controllo, fu terra di abbandono e ripiegamento. La popolazione, in molti casi, lasciò le aree più esposte, forse anche a causa di mutate condizioni climatiche, ma soprattutto per le continue scorrerie e per l’insicurezza diffusa. Le vallate dello Scrivia e dell’Orba rimasero però cruciali per i collegamenti tra la costa e l’interno piemontese. Proprio qui si sarebbero giocati, nei secoli successivi, i rapporti di forza tra Genova e chiunque volesse contendere il controllo dei traffici.

Dopo il 600 d.C., il territorio entrò gradualmente in una fase di riorganizzazione. Il legame con Genova si fece più solido, non per ragioni sentimentali o identitarie, ma per pura logica geografica e strategica. L’Oltregiogo era un passaggio obbligato tra il Mediterraneo e la Pianura Padana. Chi controllava questi corridoi controllava uomini, merci, rifornimenti, informazioni.

Nei secoli successivi, questo rapporto si consolidò ulteriormente. L’Oltregiogo si integrò sempre più nell’orbita genovese, diventando per la città ligure non solo una fascia di difesa, ma anche una riserva agricola e di legname, una terra di supporto essenziale per l’economia della costa. Lo storico Geo Pistarino, docente dell’Università di Genova, ha insistito proprio su questo punto: lo Stato genovese non fu mai soltanto costiero. Il suo respiro politico, economico e militare si estendeva stabilmente nell’Oltregiogo e oltre.

Le strade, le fortezze, i valichi di quell’area erano troppo importanti per essere considerati periferia. Erano, al contrario, gli strumenti con cui Genova si teneva agganciata al Nord Italia e difendeva il proprio ruolo nei commerci, spesso contesi tra poteri diversi, dai marchesi del Monferrato ai signori milanesi.

Mentre questo sistema si consolidava, un’altra minaccia cominciava però a profilarsi all’orizzonte.
Gli Arabi erano sbarcati in Sicilia e, nel tempo, si sarebbero spinti fino al Mar Ligure, aprendo una nuova stagione di incursioni, paure e ridefinizioni del territorio.

E ancora una volta, per queste terre di crinale, la storia stava per cambiare volto.

Stefano Barbieri

Le immagini di Ovada nel presente articolo sono di repertorio, di proprietà della redazione di Inchiostro Fresco

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