LA LEGGENDA DEI FIORI DI ACACIA IN PASTELLA

Antiche leggende, la cui origine si perde nella notte dei tempi, si perpetuano con l’arrivo della primavera e la fioritura degli alberi, protettori della vita e baluardi della speranza

Correvano tempi difficili: i feroci saraceni imperversavano nell’entroterra dopo aver messo a ferro e fuoco i borghi marini: razziavano e depredavano ogni cosa si frapponesse alla loro marcia. Nemmeno temevano l’approssimarsi dell’anno mille e tutte le nefaste previsioni di fine del mondo. A loro bastava l’oggi, l’istante, l’attimo.

Oltre l’antica Acquae Statielle non sarebbero riusciti ad andare. Lì sarebbero stati finalmente fermati e respinti dopo una cruenta battaglia contro le truppe condotte dal valente Aleramo. Tuttavia, le valli da loro percorse a ridosso dell’approdo marino già erano state saccheggiate ed i poveri abitanti, se salvata la pelle, erano stati costretti ad abbandonare le proprie misere catapecchie per rifugiarsi in luoghi più sicuri e protetti.

Brunilde e la sua famiglia erano fra queste povere genti e, dopo un lungo peregrinare, avevano optato per rifugiarsi in una selva di ampia estensione lungo un torrente che i locali chiamavano Lemmo, o qualcosa di simile. La fitta boscaglia, ricca soprattutto di roveri, acacie e castagni si estendeva a perdita d’occhio ed occupava tutte le colline circostanti. Un luogo impervio, di difficile attacco, nascosto e ben protetto. Nessun terribile saraceno si sarebbe mai addentrato in questo territorio ostile! Solamente la povera famiglia contadina in fuga aveva avuto coraggio di farlo, rifugiandosi con le poche suppellettili salvate dalla predazione. Tutto il resto le era stato brutalmente arraffato, soprattutto gli animali da cortile e le esigue riserve di cibo. Almeno la vita, povere anime, erano riuscite a salvarla, abbandonando la loro dimora isolata per dileguarsi fulmineamente sulla collina.

Tuttavia, il fabbisogno di cibo diventava ora il vincolo cruciale per la sopravvivenza: fortunatamente, l’inverno gelido aveva appena lasciato spazio ad una primavera mite, talvolta ancora piovosa, tuttavia foriera di rapida crescita per i frutti selvatici. Ma, la fame è la fame! Mica si può aspettare la maturazione delle piccole ciliegie, o dei frutti di bosco di quel bel color rosso scuro dall’aroma intenso! O ancora peggio delle castagne, notoriamente fonte di sostentamento, ma da raccogliere in autunno! E, nemmeno sarebbe stato sufficiente continuare a cibarsi di quelle poche erbe come il tarassaco, buone da bollire e da mischiare con qualche pagnotta di farina. Già, la farina! Come il sale, merce rara per questi tempi oscuri! Ci sarebbe stata la caccia: qualche piccolo selvatico sarebbe stato auspicabilmente preda dei maschi di famiglia armati di ciò che erano riusciti a portare con sé durante la perigliosa fuga.

Ecco allora la piccola Brunilde, affranta e disperata, scoppiare in un pianto devastante: i morsi della fame, la paura del bosco, i primi rumori al calar del sole, forse piccoli rapaci anch’essi in cerca di cibo. Per quanto forte ed avvezza alla difficile esistenza rurale, la piccola Brunilde quella sera, mentre il sole seminascosto stava per calare all’orizzonte vestendo col suo manto le cime degli alberi, si era lasciata andare ad un pianto dirotto. Singhiozzi e singulti che la sua povera madre non era riuscita a placare, proprio come i morsi della fame.

Allora, le acacie, impietosite dalla vista di questa tenera fanciulla in un mare di lacrime, ebbero fra loro un consulto. “Tra le nostre possenti braccia si è rifugiata ed è nostro dovere aiutarla a sopravvivere” fu la sentenza emessa dall’acacia più maestosa, colei alla quale tutte obbedivano.

Così, il mattino successivo, alle prime luci dell’alba, le acacie, soprattutto le più giovani, fecero scivolare delicatamente attorno al bivacco della piccola Brunilde i loro pregiati fiori immacolati, tenere foglie sottili dal gusto delicato. Al suo risveglio, la piccina si trovò attorniata da un candido mare leggermente frastagliato. Brunilde ne assaggiò timidamente prima una, poi un’altra. E da lì, chissà come, lungo il sentiero di fiori creato dalle grandi acacie protettrici del bosco, ad un tratto Brunilde scorse seminascosti i resti di un antico fabbricato, forse un rifugio di dannati scappati dai borghi circostanti. Entrò circospetta e, con sua enorme sorpresa, vi trovò nascosto in un angolo buio un sacchetto di farina, un pugno di sale ben protetto da un canovaccio e persino un minuscolo contenitore con qualche goccia di olio di oliva.

Non ebbe esitazione la piccola Brunilde: chiamò a sé la mamma, il papà, i fratellini più grandi e più piccini e tutti ebbero modo di sfamarsi con i fiori di acacia cosparsi di olio, sale e farina.

Da lì a qualche tempo, Brunilde sarebbe rimasta sola in quel rifugio celato dal bosco, lontano dai borghi, sicuro e ben protetto; lì avrebbe imparato a conoscere e trattare i fiori selvatici, le erbe, i frutti, riuscendo così a sfamarsi, sopravvivendo al periodo oscuro, alle mille insidie, sempre accudita e protetta dalle sue acacie maestose che, ad ogni primavera, la deliziavano con i loro fiori delicati.

Ancora oggi in qualche remoto angolo della Vallemme si celebra il rito dei fiori di acacia, ad eterna memoria della giovane Brunilde, vissuta fra le antiche pietre ancora alle fondamenta del casolare nel bosco, purtroppo per noi, un bosco oggi molto meno esteso rispetto ad un tempo, ma sempre governato dalle maestose acacie.

Certo! Oggi la ricetta si è fatta più raffinata e complessa. I fiori di acacia, ben noti ai nutrizionisti per le loro qualità terapeutiche, appena raccolti nelle ore pomeridiane, vengono dapprima impastellati con acqua gassata ben fresca e farina, senza troppa attenzione ai grumi. Sono quindi tuffati nell’olio bollente e lì si aprono come fiorissero una seconda volta: friggono qualche istante e giungono croccanti al palato, accompagnati da una bollicina gaudente in un apericena sfizioso fra amici.

La leggenda di Brunilde viene onorata aggiungendo alla tavola salvia, borragine, delicate punte di rosmarino ed altre erbe aromatiche in pastella, i primi fiori di zucchina se la stagione lo consente e tanti altri piatti gustosi, dalle uova ripiene con crema di asparagi ai tomini farciti, dai cerchi di grano arricchiti con triti di erbe ai salumi e formaggi della tradizione antica. Gli amici allietano la compagnia, brindano ilari per tramandare ai posteri la tradizione e la piccola Brunilde, ancora a veglia del suo antico casolare, gioisce nell’assistere allo spettacolo dell’allegra compagnia che si riunisce per la sua festa dei fiori di acacia in pastella.

Davide Pietro Boretti

Racconto di Davide Pietro Boretti, tratto dalla sua opera “Storie e leggende della Vallemme”.
Le immagini sono di proprietà di Davide Pietro Boretti
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4 Replies to “LA LEGGENDA DEI FIORI DI ACACIA IN PASTELLA”

  1. Una bella storia descritta con la maestria di un bravo scrittore piacevolissima da leggere bravo Davide grazie

    1. Grazie Alessandra, grazie ancora. Sono le leggende che non aspettano altro di trovare una penna per farsi raccontare. Davide

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