Un giornalista fuori dagli schemi con un solo padrone: la penna
Peppino Impastato fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 con un colpo di pietra alla testa e poi sotto il suo corpo, abbandonato accanto ai binari della ferrovia “Palermo – Trapani”, venne fatta saltare una carica di tritolo per far sembrare che il povero Peppino fosse saltato in aria durante un suo attacco terroristico
Erano i tempi che di tritolo in Sicilia e in Italia ne stava girando tantissimo, basti pensare a come era morto ammazzato il capo mafia Cesare Manzella, zio di Peppino Impastato, nel 1963, saltato in aria su una Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivo.
Ma erano anche i tempi della violenza politica come il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro rinvenuto cadavere proprio il 9 maggio del 1978, lo stesso anno di Peppino Impastato.
Ma chi era Peppino Impastato? Peppino era nato a Cinisi (Palermo) nel 1948 da una famiglia dove la mafia era di casa, ma sin da giovane non solo prese le distanze da quel mondo ma iniziò a denunciare apertamente gli intrallazzi politico/mafiosi che governavano gli interessi della vita pubblica di Cinisi e palermitana, come nel caso degli appalti per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi, oggi intestato a Falcone e Borsellino.
Il capo clan Gaetano Badalamenti fu il principale obiettivo delle indagini giornalistiche di Peppino e Badalamenti, per assonanza chiamato da Peppino “Tano seduto”, firmò la condanna di questo giovane giornalista che nel 1965 aveva fondato il periodico “L’idea socialista” e nel 1977 Radio Aut, dai cui microfoni non mollava mai di deridere i mafiosi del Vallone del Furi e della Conca d’Oro!
Un giornalismo, non come quello scandalistico o da “buco della serratura” che purtroppo oggi siamo abituati a vedere, ma un giornalismo in “prima linea”, fatto con la penna in mano e senza potentati a copertura delle proprie spalle!
Poteva un personaggio come Peppino Impastato, soprannominato dai suoi detrattori come “nuddu miscatu cu nenti” (nessuno mischiato col niente), vivere in una terra dove la mafia, sin dai tempi dell’Unità d’Italia vissuti dalle popolazioni meridionali come una sorta di tradimento, era assurta al ruolo dell’antistato?
No! E Peppino, che nel frattempo si era presentato candidato per le Comunali di Cinisi nelle liste di Democrazia Proletaria, venne fatto fuori!
La gente però lo sostenne ugualmente votandolo a futura memoria e quel seggio rimasto vuoto fu poi ricoperto dal suo compagno di lista Antonino la Fata.
La memoria di Peppino Impastato per avere giustizia dovette attendere a lungo e solo nel 2001, ventitré anni dopo i fatti, la Corte d’Assise di Palermo riconobbe in Vito Palazzolo, vice di Badalamenti, il colpevole materiale di quell’assassinio.
Ma ancora molte ombre gravano attorno alla tragica morte di Peppino Impastato come ad esempio la misteriosa scomparsa di una cartellina piena di appunti, che Peppino conservava gelosamente, sulla strage di Alcamo Marina, in cui persero la vita due carabinieri e per la quale cinque giovani del posto vennero incarcerate e uno di essi morì in cella in circostanze misteriose.
Questa sia pure in poche righe la storia di Peppino Impastato, e direi di radio Aut, ovvero di un giornalista che ha vissuto la sua vita sulla lama di un rasoio, consapevole dei rischi che stava correndo, mettendosi, circondato solo da un pugno di amici, contro tutti in nome della libertà di parola e in ultima analisi della libertà di stampa!!!
E questa sua voglia di libertà, ma direi anche di giustizia sociale, dai potenti non gli fu perdonata. E non gli fu perdonata nel più feroce dei modi.
Perché la mafia così come anche certi avversari politici, non solo si accontentano di chiudere la bocca a chi li ostacola, ma ne vogliono dileggiare anche la memoria!
Gian Battista Cassulo









