IL RESPIRO DELLA MONTAGNA: UN VIAGGIO TRA STORIA E FIORITURA

La flora di montagna una compagna viaggio

Camminare da Grassey (1467 m.s.l.) verso l’area di Plan Belle Crête (La Salle) sita a 1700 metri di quota in una giornata di giugno non è solo un esercizio per il corpo, è un dialogo aperto con la memoria della nostra terra

I PANORAMI E LA FLORA SALENDO DA GRASSEY A PLAN BELLE CRÊTE

Qui dove le vette della Grivola (3630 m.s.l.) e del Paramont (3301 m.s.l.) osservano in silenzio, la natura non è mai solo decorazione: è un libro antico, scritto con petali, steli e radici, che attende solo di essere letto. Ogni fiore che incontriamo lungo il sentiero porta con sé un’eco di storie tramandate, un legame invisibile che unisce il nostro presente alla fatica e alla saggezza di chi ci ha preceduto. Ecco cosa può accadere durante un tardo pomeriggio, proprio all’inizio di giugno.

La Rosa canina, la “regina dei bordi“, con le sue spine e i suoi cinorrodi che in inverno nutrono gli uccelli, è sempre stata per i montanari simbolo di indipendenza e resistenza. Si dice che le sue spine proteggano non solo il fiore, ma il confine stesso tra il selvatico e il domestico. Accanto a lei l’Aquilegia comune risponde con la sua grazia schiva. Nella cultura popolare la sua forma insolita ha ispirato leggende legate all’umiltà: per alcuni ricorda un guanto di colomba, simbolo di pace, mentre per altri è la pianta che, chinando il capo, insegna alla montagna il valore del silenzio.

Avvicinandoci al solstizio, il Giglio di San Giovanni si accende come un faro. È il fiore che segna il tempo, custode della protezione contro le intemperie estive, mentre il Verbasco licnite, alto e fiero, era un tempo chiamato “la candela della montagna“, si credeva che il suo stelo, intriso di resina, potesse fare luce nelle notti più buie.

Guardando tra l’erba alta, scopriamo la tenacia della Lupinella montana, della Cracca e dei Lupinus. Questi fiori non sono solo macchie di colore, ma narratori di prosperità: per secoli hanno rappresentato la fertilità dei prati, il “pane” dei campi che garantiva la sopravvivenza del bestiame. Sono il simbolo di una terra che, pur nella sua durezza, non nega mai il dono del nutrimento a chi la rispetta.

Ci sono poi i fiori dei segreti, quelli che la tradizione associava a usi antichi. La Speronella, col suo inconfondibile blu profondo, era temuta e rispettata come protettrice contro le “ombre” del bosco, mentre l’Ambretta comune era chiamata “fiore della vedova” o fiore del ricordo, legata al conforto nelle giornate di malinconia. Lo Sparviere comune, con la sua vista acuta che sembra sfidare il cielo, porta con sé la leggenda dell’aquila che ne mangiava le foglie per affinare la vista; un fiore che è un invito a guardare oltre, verso l’orizzonte.

Infine, le pennellate di colore che sembrano rubate al cielo o alla terra: il Fiordaliso, che con il suo azzurro puro è da sempre simbolo di fedeltà e semplicità, la Crocetta, che nel suo nome porta il segno sacro che benedice i crocicchi dei sentieri, e la Silene dioica, che con il suo rosso vivace danza nel sottobosco come una promessa di gioia.

Camminare in mezzo a loro, in questo mosaico di vita che vive tra Grassey e Morge (1658 m.s.l.), significa capire che ogni specie ha un posto, un ruolo, una storia. Non sono solo piante; sono custodi di una cultura popolare che vedeva nella natura non una risorsa da sfruttare, ma una compagna di vita, capace di guarire il corpo con le sue virtù e lo spirito con la sua infinita e ostinata bellezza.

Luca Pereno

Nella foto di copertina il panettone di Plan Belle Crête. Le foto sono state scattate da Luca Pereno e sono giunte in redazione assieme al testo dell’escursione – La redazione

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