




Una bella escursione nel Parco del Gran Paradiso partendo da Rhêmes-Notre-Dame, che è a 1725 metri di quota, per arrivare al Rifugio delle Marmotte, che sta a 2142 metri d’altezza
La montagna una palestra di vita dove si impara a “sudare per gli altri“
Tutto ha inizio all’imbocco del sentiero numero 10, a Rhêmes-Notre-Dame. Qui, una statua ci accoglie in silenzio: è il Gipeto, l’avvoltoio barbuto, la sentinella di pietra che veglia sul nostro cammino. Guardandolo è difficile non pensare a quanto la storia di questo animale sia specchio di noi stessi.
Il Gipeto con la sua maestosa apertura alare che sfiora i tre metri e quel cerchio rosso, fiero, intorno all’occhio, è stato per lungo tempo vittima dei nostri pregiudizi.
Nel 1913, proprio qui in Valle d’Aosta, cadde l’ultimo esemplare alpino: cacciato e perseguitato da false leggende che lo volevano rapinatore di bambini o sterminatore di greggi.
L’uomo aveva distrutto una bellezza che non comprendeva. Ma la storia non finisce con il silenzio. Grazie a una caparbia volontà di conservazione, nata negli anni Settanta, il Gipeto è tornato. Oggi vedere questo gigante ruggine-ocra – che si tinge volontariamente le piume con gli ossidi di terra – solcare i cieli del Parco Nazionale del Gran Paradiso è la prova tangibile che abbiamo imparato a guardare oltre la paura.
Caricati di questa consapevolezza iniziamo la nostra ascesa. Il percorso per il Rifugio delle Marmotte (2.142 m) è una salita dolce di circa 3,3 km, un invito a lasciarsi alle spalle la frenesia della valle.
Lasciando Bruil, ci immergiamo nel bosco di conifere; i passi si fanno ritmati, il dislivello di 420 metri ci chiede solo un po’ di fiato, mentre superiamo l’alpeggio Pré du Bois.
È un cammino che profuma di terra, rododendri e resina, che ci conduce, dopo circa un’ora abbondante, verso la meta.
Il Rifugio delle Marmotte non è solo una sosta in quota, ma un manifesto di rispetto. Qui ogni cosa è pensata per camminare in punta di piedi sulla montagna: l’elettricità nasce dalla forza dell’acqua, le lampadine sono a led, le provviste arrivano a spalle per risparmiare il respiro dell’elicottero, e tutto ciò che portiamo su, viene riportato giù.
A gestire questo baluardo di ecologia è l’Operazione Mato Grosso, un movimento nato nel 1967 dal cuore di Padre Ugo De Censi in Val Formazza, una carezza rivolta ai più poveri dell’America Latina.
Questi giovani, che lavorano insieme nei giorni liberi per sostenere missioni in Perù, Brasile, Ecuador e Bolivia, ci insegnano che la montagna non è solo un luogo da contemplare, ma una palestra di vita dove si impara a “sudare per gli altri“. Costruire scuole, case, cooperative, o semplicemente gestire un rifugio: ogni azione è un atto di gratuità.
Siamo giunti alla fine del nostro viaggio. Seduti davanti al rifugio, guardando verso l’orizzonte, comprendiamo la lezione più grande.
La storia del Gipeto e quella dei volontari dell’Operazione Mato Grosso corrono parallele: ci raccontano che l’uomo, nella sua storia, ha saputo ferire profondamente la terra e i suoi abitanti, alimentando estinzioni e povertà.
Ma questa stessa storia ci sussurra una verità potente: l’uomo distrugge, ma può anche ricostruire. Ogni vetta, ogni valle, ogni sentiero delle nostre montagne è un terreno fertile per questa nuova consapevolezza.
Come il Gipeto è tornato a volare perché abbiamo scelto di accoglierlo, così possiamo guarire il mondo, pezzo dopo pezzo, gesto dopo gesto. La rinascita è possibile, ed è un impegno che appartiene a tutti noi.
Luce Pereno








