

Sotto quel cappello stinto i valori veri — solidarietà, rispetto e concretezza — non vanno mai in congedo

Ben volentieri pubblichiamo questa nota autobiografica giunta in redazione a firma di Elisabetta Cammisotto, nostra valente collaboratrice per la Valle Stura, la quale, sull’onda emozionale della breve cerimonia con la quale abbiamo consegnato il “Gagliardetto” del Centro Sportivo Esercito di Courmayeur, a noi donato dal Ten. Col. Patrick Farcoz, al Gruppo Alpini “Ten. Aldo Zanotta” di Novi Ligure, ha intervistato suo padre, anch’egli Alpino, il quale, al termine di questa intervista che qui di seguito vi proponiamo, ha idealmente consegnato il suo Cappello a Elisabetta. Veramente una bella storia e un bel pensiero che proponiamo ai nostri lettori! Marta Calcagno
Incontro con mio padre, Alpino degli anni ’80: riscoprire il senso del dovere, della memoria e della montagna.
C’è stato un tempo in cui quasi ogni famiglia italiana aveva un Alpino in casa. Nati nel 1872 per difendere i confini più impervi d’Italia, le Penne Nere rappresentano il corpo di fanteria da montagna più antico del mondo, che per generazioni ha visto giovani lasciare le proprie case, mettersi uno zaino sulle spalle e imparare il significato profondo della parola “fratellanza”.
In casa nostra c’è un oggetto che non ha mai cambiato posto, con quella penna d’aquila che punta verso l’alto: il cappello da Alpino di mio padre.
Crescendo, l’ho sempre visto come una presenza quotidiana. Oggi, che sto provando a trasformare la mia passione per la scrittura e l’informazione in un lavoro, ho capito che in quella stinta stoffa verde c’è una storia di identità, sacrificio e fraternità che rischia di apparire lontana agli occhi delle nuove generazioni. Per raccontarla ho dovuto fare un esercizio non facile: spogliarmi dei panni della figlia e indossare quelli della cronista. Questo è il racconto di chi è stato Alpino fatto a chi, da sempre, lo chiama semplicemente “papà”.
Ed ecco l’intervista…
Ai tempi del servizio di leva obbligatorio il recapito della cartolina di precetto annunciava ad un giovane diciottenne la chiamata al servizio militare. Quando ti arrivò la cartolina di precetto, quale fu il tuo primo pensiero? C’era più paura, orgoglio o semplicemente il senso del dovere?
Era il luglio del 1985, un mese prima della partenza. Insieme alla cartolina c’era la riduzione per il biglietto del treno. Me l’aspettavo, ma non mi aspettavo la destinazione: Alpini, Mondovì – San Rocco di Castagnareta, Cuneo. Da un lato c’era l’entusiasmo, dall’altro mi dispiaceva lasciare gli amici, lo svago estivo; avevo 19 anni ed ero nel pieno della mia giovinezza.
Tutti sanno che la “naja” negli Alpini fosse dura. Ricordi il momento esatto in cui hai capito che non sarebbe stata una passeggiata?
Già durante il CAR (Centro Addestramento Reclute) avevo capito che facevamo sul serio, perché la sola preparazione per il giuramento durante il mese di agosto è stata durissima. La conferma definitiva l’ho avuta il giorno dell’arrivo a Borgo San Dalmazzo. Qualche giorno dopo il giuramento sono arrivati i camion per portarci al comando del battaglione di appartenenza. Lì assegnavano la destinazione definitiva e l’incarico (nel mio caso, Boves, con incarico 51A: mortaista). Appena arrivati sul piazzale a Boves eravamo stracarichi: lo zaino da Alpino dietro, lo zaino da combattimento davanti, nella mano sinistra la borsa-valigia con gli indumenti militari e nella destra la borsa civile con le mie cose. Eravamo tutti così. Il sottotenente ci fa un discorso e, appena finito, ci fa correre per andare a prendere il resto dell’equipaggiamento: materasso, cuscino, coperte e lenzuola. In quel momento mi sono detto: “Ma sono finito nei Bersaglieri o negli Alpini?!”
Cosa ti ha fatto capire, invece, che sarebbe stata un’esperienza di profondo valore?
L’ho capito quando ci hanno comunicato che il nostro scaglione, il 6°/85, avrebbe fatto il giuramento solenne nella piazza principale di Cuneo, Piazza Galimberti. Sul palco delle autorità c’erano persino il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e il Ministro della Difesa Giovanni Spadolini. Lì ho percepito l’importanza dell’istituzione di cui facevo parte.
In montagna si dice che per arrivare in cima bisogna camminare al passo del più lento. Ti ricordi un momento significativo in cui hai vissuto personalmente questo spirito?
La montagna non perdona: in quota la sopravvivenza e la fatica dipendono dal tuo compagno. Durante la preparazione alle manovre invernali c’era molta neve e non potevamo adoperare i muli per il trasporto dei mortai. Il comandante optò per l’uso dei “barchini”, delle imbarcazioni d’alluminio in cui mettevamo tutto l’occorrente per il mortaio e che dovevamo tirare a braccia con le corde, in salita. Ero chiaramente in difficoltà. Alla prima sosta, i miei compagni se ne sono accorti, così uno mi ha preso il fucile, l’altro lo zaino. In quel momento non ho capito solo lo spirito degli Alpini, ma ho imparato cosa significa davvero la condivisione del sacrificio.
C’è stato un momento sotto le armi in cui hai pensato di non farcela? Chi o cosa ti ha dato la spinta?
La consapevolezza e l’ironia di sapere che la leva militare durava solo un anno! Quella scadenza ti dava la forza di superare ogni giornata.
Si dice “Alpini una volta, Alpini per sempre“. Qual è il valore più grande che ti porti dietro ancora oggi sul lavoro o in famiglia?
L’aiutare gli altri sempre, non soltanto nei momenti di difficoltà. E poi un forte senso di comunità. Ricordo un’usanza bellissima: quando si rientrava dalla licenza la domenica sera, trovavi sempre la branda già rifatta dai compagni rimasti in caserma. E chi rientrava aveva l’impegno morale di portare da mangiare le cose tipiche del proprio territorio per condividerle con gli altri. Quel modo di fare mi è rimasto dentro.
Crescendo ho visto spesso il tuo cappello in casa. Per me era un oggetto quotidiano, per te un simbolo. Cosa provavi quando mi vedevi indossarlo?
Una sensazione bellissima. Tra gli Alpini c’è la regola non scritta per cui il cappello può indossarlo solo la tua amata — la fidanzata, la moglie — o tua figlia. Nessun altro. Vedertelo in testa mi rendeva orgoglioso. E poi ti stava davvero molto bene.
Gli Alpini hanno un modo di fare fatto di poche parole, canti e concretezza. Quanto di quel “linguaggio” hai portato nel tuo modo di fare il padre?
Tra noi due non c’è mai stato un rapporto d’autorità rigido o formale. Ho sempre cercato di impostare il nostro legame sull’ascolto, sulla complicità e sull’amicizia, proprio come si fa tra compagni di cordata.
Guardando indietro alla storia insieme a mamma, come vi ha aiutato lo “spirito alpino” nelle salite della vita di coppia?
La nostra vita è stata una vera salita. Senza lo spirito di sacrificio non ce l’avremmo fatta. Funziona proprio come in montagna: quando uno dei due cedeva o “deponeva le armi”, l’altro lo supportava, lo aiutava e lo spingeva fino a quando insieme non si raggiungeva la vetta.
Per chi guarda da fuori, l’Adunata Nazionale sembra solo una festa. Cosa si prova davvero a ritrovare i vecchi commilitoni dopo anni?
L’Adunata per me è rinnovare i valori e il senso di appartenenza a questo corpo, il significato della fratellanza. Ritrovare i vecchi compagni rende quel momento indimenticabile: sembra davvero che il tempo non sia mai passato. Sono ancora in contatto con diversi di loro e ho avuto la gioia di rincontrarli durante l’Adunata che si è tenuta qui a Genova. Abbiamo mangiato, bevuto e cantato insieme, proprio come allora.
Se dovessi sederti di fronte a un ragazzo di vent’anni di oggi, cosa gli diresti per spiegargli perché la Penna Nera parla ancora al suo presente?
Gli direi che gli Alpini non sono storia passata. Sono un corpo vivo, formato oggi da militari professionisti che operano in contesti internazionali complessi, dall’Afghanistan al Libano, fino alla Somalia. Ma la figura dell’Alpino è anche quella che negli anni ’80 si è consolidata come primo soccorritore nelle grandi calamità, come i terremoti del Friuli e dell’Irpinia. La leva obbligatoria di allora serviva a tantissime cose: a fare gruppo, a stringere amicizie per la vita, ma soprattutto a darti l’opportunità di diventare indipendente dalla famiglia e imparare a gestire le responsabilità da solo. Forse ai ragazzi di oggi farebbe bene fare un anno di volontariato sul campo, anche se la leva aveva qualcosa in più. Gli Alpini nascono per difendere il territorio e i confini naturali sulle nostre montagne: c’è un fascino antico e profondo in questo, che insegna a prendersi cura di ciò che ci circonda.
Dopo il congedo pensavi che quell’esperienza fosse finita per sempre, e invece due anni dopo è arrivata una sorpresa. Cos’è successo con la “cartolina rossa“?
Nel 1986 mi ero congedato ricevendo il congedo con la cosiddetta “cartolina rossa” — un documento che indicava che, in caso di necessità o di addestramento di riserva, si poteva essere richiamati alle armi. E infatti nel 1988, due anni dopo, la cartolina di richiamo è arrivata davvero. Sono ripartito per la stessa identica destinazione. All’inizio ero stupito, ma poi la ripartenza si è rivelata un’esperienza persino più bella e sotto certi aspetti più semplice della prima, perché sapevo già cosa mi aspettava ed ero più maturo. L’unica nota complicata era che a quel punto lavoravo già, e staccarsi dalla routine lavorativa per indossare di nuovo la divisa non è stato semplicissimo, ma è stato un altro tassello indimenticabile del mio percorso.
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Attraverso le sue parole, mio padre mi ha dimostrato che la leva non è stata una semplice parentesi di gioventù. Per lui, essere Alpini non è stato solo un anno di naja, ma un modo di stare al mondo: esserci, fare squadra e non tirarsi indietro quando la strada si fa in salita.
Quel cappello stinto non è un ricordo del passato, ma la dimostrazione che i valori veri – solidarietà, rispetto e concretezza – non vanno mai in congedo.
Elisabetta Cammisotto

Una nota di carattere sportivo e un ringraziamento
Nel contesto di questo articolo vorremmo ricordare anche la figura del Col. Vincenzo Lombardozzi della “Taurinense” che nel 1987 inviò i suoi Alpini a Capriata d’Orba (Al) per una corsa podistica veramente dura che si svolse a ridosso delle feste natalizie. Questa competizione sportiva aveva la partenza a Capriata d’Orba con arrivo a Gavi e, passando sotto il castello di Francavilla Bisio e le mura della fortezza di Gavi, univa la Valle dell’Orba alla Valle del Lemme in uno scenario veramente unico: quello delle colline dell’Alto Monferrato cariche di neve! E anche qui gli Alpini furono accolti come i veri protagonisti di quell’evento sportivo organizzato dalla Atletica Novese in collaborazione con la Associazione Sportiva Novese (A.P.N.) che ebbe ampio riscontro anche sulle pagine de “Il Secolo XIX” di Genova. – Gian Battista Cassulo










