Uno sport, quello del calcio, ormai diventato un business
La nuova débâcle della nostra nazionale, già “gastronomicamente” commentata su questa pagina dal nostro Davide Pietro Boretti, mi ha fatto tornare alla mente un’intervista che avevamo fatto all’indimenticabile Giuliano Grosso, che negli anni giovanili e oltre si era occupato del “vivaio” della “Novese” la gloriosa squadra di calcio di Novi Ligure (Al), Campione d’Italia nel 1922.
E già perché un tempo le squadre i campioni se li facevano in casa, unendo l’amore per questo sport all’appartenenza dei proprio posti, identificando la squadra con la città.
Ora non è più così! Da quando in Italia negli anni Sessanta hanno iniziato, con l’indimenticabile Omar Sivori, a fare la loro comparsa sui nostri campi di calcio gli “oriundi“, qualcuno ha capito che i “campioni” si fa più presto a comprarli che non allevarli in casa, e così, mano al libretto degli assegni, al posto del cuore i campi di calcio si sono riempiti di “conti in banca”.
E quando si gioca con l’occhio agli “interessi maturati” e non all’amore per la propria squadra e per i propri posti, con i giocatori che, al pari degli antichi gladiatori, vengono venduti e comprati come si fa al supermercato con le lattine di birra, i risultati alla lunga sono quelli che sono e che stiamo vedendo sui campi di calcio, dove anche il tifo è diventato un clan geloso (e violento) delle proprie prerogative economiche!
Secondo me, ma potrei anche sbagliarmi, per fare ritornare il calcio uno sport veramente popolare bisognerebbe ritornare alle origini, ovvero a quando i club calcistici allevavano in casa i propri campioni, ovvero ritornare ai “pulcini“. Come appunto diceva Giuliano Grosso!
Gian Battista Cassulo









