IL GREEN PASS: DALLO STATO DI DIRITTO ALLA “CITTADINANZA A PUNTI”?

Dal nostro collaboratore, Andrea Macciò, che cura la rubrica sui libri e cultura, riceviamo questa analisi sociologico/politica sul green pass che ben volentieri la sottoponiamo all’opinione dei nostri lettori

L’estate del 2021 la ricorderemo a lungo. Un giorno di metà luglio, il governo italiano ha assunto la decisione di istituire, sulla scia del provvedimento analogo preso dal presidente francese Macron, il cosiddetto green pass

Come è noto, il green pass è una certificazione che attesta l’avvenuta vaccinazione o la negatività a un tampone garantendo ai possessori l’esercizio di diritti negati a chi non lo possiede: accedere a musei e mostre, accedere a treni a lunga percorrenza con prenotazione obbligatoria, navi e aerei, sedersi nei tavoli al chiuso dei ristoranti, partecipare a eventi ricreativi (sagre, feste, concerti).

Per alcune categorie il green pass è richiesto persino per studiare (gli universitari) e lavorare: sanitari (per il quali esiste già una legge sull’obbligo) insegnanti e forse presto l’intero settore del lavoro pubblico.

Il green pass ha riacceso in Italia la conflittualità sociale anestetizzata da tempo: a partire da fine luglio, in tutto il paese si sono susseguite manifestazioni contro questo provvedimento (istituito da un Decreto Legge che deve essere convertito entro 60 gg. dal Parlamento) caratterizzate da una trasversalità politica e culturale profonda, e sistematicamente ridicolizzate dal discorso politico e mediatico mainstream.

La “certificazione verde” è un classico esempio di quella che in sociologia viene definita, a seconda del punto di vista, spinta gentile o coercizione liberale: quando attraverso un sistema di incentivi e disincentivi, lo Stato si propone di spingere i cittadini a determinati comportamenti senza imporli e assumersene la relativa responsabilità.

In questo caso, lo Stato italiano ha deciso con un’improvvisa escalation di imporre (fra i pochissimi in Europa e nel mondo) di fatto la vaccinazione contro il Covid-19, formalmente non obbligatoria.

L’istituzione del green pass ha creato una cospicua minoranza di cittadini “spogliati” di diritti fondamentali senza aver commesso alcun reato (i non vaccinati, attualmente oltre il 30% almeno per quanto riguarda la doppia dose) e una maggioranza che deve esibire un “lasciapassare”, per svolgere attività fino al febbraio 2020 assolutamente ordinarie, generando tensioni sociali molto forti.

Il Paese si è immediatamente diviso in due fazioni contrapposte, che si scambiano auguri di morte sui social network e si accusano a vicenda di essere i vettori del contagio.

Come si è potuto arrivare a questo?

Il modello italiano di gestione del Covid-19 si è da subito distinto per rigidità e per la creazione di uno Stato di Eccezione, come direbbe il filosofo Carl Schmitt, permanente.

La sera del 21 febbraio 2020 si è consumato quello che in sociologia si definisce “cambio di paradigma”: se fino a quel giorno i cittadini erano considerati sani fino a prova contraria, con le politiche di contrasto al Covid-19 si è introdotta la presunzione generalizzata di malattia.

Il principio cardine dello Stato di diritto, la presunzione di innocenza, è stato cancellato, almeno per quanto riguarda l’ambito sanitario.

Provvedimenti come l’obbligo di mascherina o l’obbligo di esibire un tampone con esito negativo sottintendono che ogni persona sia un malato potenziale.

Le politiche anti-covid hanno riplasmato il nostro immaginario: il concetto di distanziamento sociale ci ha spinto a vedere in ogni altro essere umano un pericolo, ed è stata creata una vera e propria neolingua: asintomatico, congiunti, focolai, cluster, e un saluto iconico, quello col gomito.

Dal saluto romano al pugno chiuso, solo le ideologie totalitarie hanno prodotto saluti iconici che sostituivano quelli tradizionali come la stretta di mano.

Per la prima volta nella storia recente, si è pensato di arginare una malattia non potenziando la sanità pubblica, ma sospendendo i diritti fondamentali: alla libera circolazione, al lavoro, all’istruzione (o almeno questi due fortemente compressi) alla riunione e manifestazione, persino al culto nel Marzo 2020 con la chiusura delle Chiese.

Lo Stato è arrivato a disciplinare gli aspetti più intimi della vita delle persone, negando per moltissimi mesi il diritto a incontrarsi delle coppie non conviventi, o di genitori e figli adulti. Senza contare la categoria dei single, molto numerosi in Italia e costretti a lunghi mesi di isolamento totale nell’assoluta indifferenza.

Anche per le attività economiche private, è stato stabilito che potessero tenere aperte solo quelle “essenziali”. Un criterio morale e non sanitario, che ha colpito tutto quanto inerente il tempo libero, la cultura, la socialità, lo sport.

A partire dalla campagna comunicativa Io resto a casa” la lotta al virus ha assunto da subito una deriva salvifico-moralista.

La violazione delle “regole anticontagio” alcune delle quali dal sapore surreale, come l’obbligo di distanza di un metro dai non conviventi (che rende di fatto illegittime le relazioni fra persone che non coabitavano preventivamente) o il divieto di “toccarsi il viso” ripetuto con insistenza sui mezzi pubblici, è stata rappresentata come un peccato e il contagio come una sorta di punizione divina.

Paghiamo ora gli errori dell’estate” è stata la retorica tipica dello scorso autunno/inverno.

Una parte dei cittadini si è sentita legittimata a liberare odio e invidia sociale, trasformandosi in “sceriffi da balcone” pronti a denunciare persone che correvano da sole, coppie che si baciavano o abbracciavano, anziani che portavano a spasso il cane, sublimando la loro personale paura di morire nella retorica del “bene comune”.

L’individuo è stato annullato di fronte a un presunto interesse della comunità: quello che il filosofo Alain Caillé definisce “utilitarismo sacrificale”: ovvero quando la società fa un ragionamento utilitaristico ritenendo le persone sacrificabili a interessi superiori.

Il lockdown ha scatenato una manzoniana caccia all’untore, e la sistematica irrisione di chi ha provato a esercitare pensiero critico.

Pochissimi gli intellettuali, come Giorgio Agamben, che fin dall’inizio hanno denunciato i rischi di deriva antidemocratica

Il virus, o meglio la sua rappresentazione politico-mediale, con il rito quotidiano del bollettino medico delle 18, sono apparsi come il Cigno Nero di una società apparentemente pacificata e caratterizzata dalla rimozione del dolore, come sottolinea il filosofo B.C. Han, rovesciandola nel suo opposto: una società penitenziale nella quale si parla solo di morti, contagi, malati, terapie intensive.

In questo contesto di esasperazione economica e sociale, la comunicazione istituzionale ha rappresentato il green pass come l’unica via per tornare alla “normalità” e rilanciare l’economia.

Cittadini provati da 18 mesi di restrizioni, lavoratori autonomi che hanno ridotto drasticamente il fatturato, giovani privati della socialità e della possibilità di incontrarsi, sono corsi a vaccinarsi non per personale valutazione rischi/benefici di carattere sanitario, ma per poter riprendere una vita quasi normale e i privati per lavorare dopo mesi di fermo.

La filosofia del green pass appare pericolosissima per la tenuta democratica di una società dove il controllo sociale era già diventato progressivamente pervasivo a partire dagli attentati dell’11 settembre 2001

Vincolando la fruizione di diritti fondamentali a un trattamento sanitario facoltativo, e al possesso di un certificato che ora può essere anche cartaceo, ma che a breve (almeno in Italia) sembra potrà essere solo in formato di QR code digitale, il green pass appare molto simile al sistema di credito sociale usato in Cina, che prevede che la fruizione dei diritti sia legata alla diligenza e all’obbedienza del cittadino a regole di comportamento diverse dalle leggi penali.

Vincolando la fruizione di diritti fondamentali a un trattamento sanitario facoltativo, e al possesso di un certificato che ora può essere anche cartaceo, ma che a breve (almeno in Italia) sembra potrà essere solo in formato di QR code digitale, il green pass appare molto simile al sistema di credito sociale usato in Cina, che prevede che la fruizione dei diritti sia legata alla diligenza e all’obbedienza del cittadino a regole di comportamento diverse dalle leggi penali.

C’è la volontà politica di modificare e svuotare le democrazie, ridimensionando il Parlamento a favore dell’esecutivo e aumentando il potere dei tecnici: virologi, infettivologi, epidemiologi, economisti che gestiscono il PNNR

La filosofia di fondo è quella del rischio zero. Per non rischiare nulla è stato ritenuto legittimo paralizzare la società.

Una visione non scientifica, ma scientista, simile a una neo-ideologia con tratti para-religiosi (“Io credo nella scienza” sembra una professione di fede mentre il vero metodo scientifico prevede la possibilità di confutare le tesi degli altri se supportati da prove) ha avuto buon gioco nel sostituire una politica completamente priva di una visione di società.

La filosofia di fondo è quella del rischio zero. Per non rischiare nulla è stato ritenuto legittimo paralizzare la società.

Il green pass ha reso la società quasi invivibile per tutti, con una violenza verbale ormai estrema, esponenti politici come l’ex parlamentare Giuliano Cazzola che invitano a usare anche la violenza fisica contro le manifestazioni e cittadini che minacciano di morte medici e politici.

Il green pass è provvedimento che divide i cittadini e le persone, sbagliato politicamente in una democrazia anche se fosse giustificato dal punto di vista sanitario, in quanto discrimina cittadini che hanno compiuto una scelta legittima, apertamente contrario alla Costituzione italiana, che afferma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.

Il diritto alla salute è diventato un “diritto tiranno” che annulla tutti gli altri?

Le restrizioni anticovid non ci hanno reso migliori, come auspicava con il suo stile melenso Giuseppe Conte, ma ha tirato fuori il peggio di ognuno.

Voglio precisare “le restrizioni anticovid” e non il “covid” perché tutto quello che è successo è frutto di precise scelte politiche. L’alternativa c’era, ed era seguire politiche di interventi precauzionali minime adottate da paesi come Svezia e Svizzera.

La frattura sociale creata dal green pass, così come i danni educativi legati a un anno di Dad (la scuola in sociologia è definita agenzia di socializzazione) lascerà anche se venisse abolito tracce indelebili.

Il green pass non è affatto un mezzo per tornare alla normalità (con la quale si intende la vita pre-covid) ma il tassello di una nuova normalità che renderebbe l’Italia e gli altri paesi che hanno adottato questo provvedimento più simili a un regime autoritario come quello cinese che alle democrazie liberali tradizionali caratterizzate dalla divisione dei poteri.

L’unica via d’uscita è di tipo politico e non sanitario (visto che è impossibile eradicare totalmente i virus) con il rifiuto della medicalizzazione permanente della società e della presunzione generalizzata di malattia per le persone sane.

                                                 Andrea Macciò

2 Replies to “IL GREEN PASS: DALLO STATO DI DIRITTO ALLA “CITTADINANZA A PUNTI”?”

    1. Infatti. Più che per decenni, per sempre. Come con tutti i virus. Per questo ritengo che lo Stato di Eccezione in atto dal Febbraio 2020, il più lungo d’Europa, debba terminare al più presto. Il 31 Gennaio 2021 è l’ultima data possibile per restare nei termini della legalità costituzionale. Anche se numerose sentenze relative a ricorsi di privati hanno dichiarato illegittimo lo stato d’emergenza, l’obbligo di permanenza domiciliare disposto in via generale e astratta, ossia il lockdown e i divieti generalizzati di spostamento, (Sentenze di Frosinone, Milano, Roma, Reggio Emlia e altre, sia davanti a Tar che a giudici ordinari) i governi non ne hanno tenuto conto, cambiando decreto ogni 15 giorni per pararsi dai ricorsi.

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