ARQUATA SCRIVIA: LA STORIA DEL PALAZZOTTO DI SANT’ANTONIO E IL SUO DECLINO

Abbiamo intervistato la scrittrice e appassionata di storia locale, Patrizia Ferrando

Gli arquatesi purtroppo si sono ormai assuefatti dalla vista del palazzotto oggi pericolante, passandoci accanto quasi fosse naturale assistere al lento ed inesorabile disfacimento di questa struttura che in passato ha ospitato personaggi illustri. Un grido d’indignazione si è sollevato solo poche settimane fa, quando la tipica torretta sovrastante l’edificio è collassata sfondandone il tetto. Abbiamo così deciso di puntare i riflettori su questo stato di cose sentendo la scrittrice e appassionata di storia locale, Patrizia Ferrando, per capire meglio il valore culturale di questa struttura e avere un suo punto di vista.

Buongiorno Patrizia, grazie per la sua disponibilità. Potrebbe inquadrarci storicamente il valore di questo immobile?

Certo. Il palazzotto così come oggi lo vediamo fa parte di quella che viene chiamata “area Sant’Antonio” dove vi è anche la chiesa omonima appunto e una piccola costruzione adiacente a questa, che si presume potesse essere la casa dei manenti. La prima costruzione in ordine di tempo è indubbiamente la chiesa, eretta circa nel XV secolo come chiesa campestre, perché allora si trovava distante dal centro abitato in quanto Arquata non era ancora estesa come la si vede oggi. Questa è quella che si può chiamare “prima vita” dell’area Sant’Antonio. Successivamente circa nel XVIII secolo fu costruito il palazzotto a fianco che divenne dimora di villeggiatura di proprietà della potente famiglia Spinola (Ndr.: proprietaria anche del palazzo oggi sede del Comune di Arquata), affittata successivamente ai Marchesi Rivarola di Genova e nel corso dell’800 divenne residenza del Sindaco Sabino Lombardo, imparentato con la famiglia Besozzi di Arquata e che assistette ad importanti manovre militari insieme all’allora Re d’Italia Vittorio Emanuele II e al figlio Umberto tenutesi proprio ad Arquata.

Una storia davvero affascinante. Dopo questa “seconda vita” ce n’è stata una terza?

Sì certo. Inizia nel ‘900 e finisce con Seconda Guerra Mondiale. Negli anni ’20 l’Ingegner Rivera trasforma la chiesa di Sant’Antonio come la conosciamo oggi ricavando tre navate, modificando la facciata ed il tetto. Il palazzotto continua ad essere meta di villeggiatura estiva questa volta però frequentato principalmente da esponenti della borghesia. Sempre in quegli anni una delle figlie di Gerolamo Gaslini (famoso imprenditore genovese proprietario di una storica villa ad Arquata trasformata poi in un complesso residenziale ndr.) si sposa nella chiesa di Sant’Antonio e lancia la moda dei matrimoni nella piccola chiesa. Il palazzotto nel frattempo continua ad essere abitato in parte in pianta stabile da un consigliere comunale di allora e in parte affittato per villeggiatura fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Dopo di questa smise di essere abitato in quanto Arquata venne abbandonata come luogo di villeggiatura in generale. E qui si può parlare di una quarta vita dell’area; dove si è potuto assistere sostanzialmente all’abbandono totale fino agli anni ’90 per poi iniziare un’opera di restauro interno della chiesa e successivamente nel Duemila della parte esterna. Il palazzotto però, di proprietà privata, non è stato coinvolto in nessuna di queste opere ed è arrivato allo stato attuale.

Già, in ultimo il crollo della torretta. Per concludere, da arquatese e appassionata di storia secondo lei cosa si potrebbe fare?

Sicuramente mi piacerebbe che fosse recuperato. Ora, per parlare di un restauro conservativo è tardi. Quantomeno però sarebbe bello poter far rivivere la struttura anche in chiave più moderna adattandolo alle esigenze di oggi e considerandone anche il potenziale commerciale. Si potrebbe adibirne una parte ad area culturale aperta alla popolazione ed una parte anche a qualche attività legata al territorio. L’importante credo sia non farlo crollare del tutto, come non si è fatto con la chiesa adiacente con cui divide la sua storia. Se accadesse, a parer mio, svanirebbe un importante tassello della cultura arquatese.

Fausto Cavo

Per chi fosse interessato ad approfondire la storia di Arquata come località di villeggiatura ad inizio ‘900 consigliamo il libro: “Sui passi dell’estate perduta” di Patrizia Ferrando, Eidon Edizioni 2013

4 Replies to “ARQUATA SCRIVIA: LA STORIA DEL PALAZZOTTO DI SANT’ANTONIO E IL SUO DECLINO”

  1. Il “palazzotto” fu abitato fino all’estate del1963 dall’avv. Virgilio Pasquini, già segretario comunale di Arquata.
    Venuto a mancare in quell’estate l’avv. Pasquini, la vedova e la sorella di lui si trasferirono in un condominio ed il “palazzotto” rimase disabitato.
    Sarebbe più che opportuno impedire il suo crollo, come ha scritto Patrizia Ferrando, per non provocare la scomparsa irreparabile di un’ altra parte della cultura architettonica arquatese.
    Claudio Desirello

    P.S. Dove si può trovare il libro di Patrizia Ferrando?

  2. del palazzotto e’ molto bello l’interrato costituito da ampie volte in mattoni che penso sia rimasto intatto.
    originariamente il tetto era a due falde, le cui tracce sono tutt’ora visibili sulle murature di sopralzo della navata centrale.
    tale intervento ne pregiudico’ la stabilita’ che rese necessario l’intervento di consolidamento del 1990

  3. Grazie del commento e a mio parere occorrerebbe che ad Arquata si formasse un comitato per salvaguardare questo immobile che rappresenta una parte della storia locale, sia per preservarlo da una rovina certa, sia per evitare una probabile speculazione edilizia sul sedime retrostante il “Palazzotto” stesso. Potrebbe essere infatti che il solito “imprenditore di turno” si presenti con la scusa di recuperare il fabbricato ed in cambio si faccia concedere o una variante al PRG o una concessione edilizia ad hoc per costipare l’area con condomini o quant’altro (un supermercato?), stravolgendo un luogo che invece deve rimanere intatto nella sua composizione urbana di antica pieve!!! Ancora un grazie per l’attenzione da parte di Gian Battista Cassulo e dalla redazione de”l’inchiostro fresco” di Novi Ligure.

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