A TORINO LA MOSTRA “AFRICA. LE COLLEZIONI DIMENTICATE”

Un percorso tra l’arte africana e la storia dimenticata del colonialismo europeo del Novecento

Dal 27 ottobre 2023 al 25 febbraio 2024, a Torino, le Sale Chiablese dei Musei Reali ospitano la mostra AFRICA. Le collezioni dimenticate, a cura di Elena De Filippis, Enrica Pagella e Cecilia Pennacini, ideata e prodotta dai Musei Reali con la Direzione Regionale Musei Piemonte e il Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino, in collaborazione con il Museo delle Civiltà di Roma, CoopCulturee con il contributo di Tuxor SpA

Una mostra che porta alla luce dopo interventi di studio, recupero e restauro le collezioni africane conservate nei depositi dell’Armeria Reale e nelle raccolte dei Castelli di Aglié e Racconigi.

Se gli oggetti sono stati raccolti in linea di massima con uno sguardo “coloniale”, la mostra si sforza di superare l’approccio “esotico” e conservativo e guardare alle opere con nuovi occhi, per ripensare le basi del rapporto tra l’Europa e il continente africano a partire dai manufatti e dalle storie della loro provenienza. Da questa riflessione è scaturita la collaborazione con il Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino, con l’artista etiope Bekele Mekonnen, docente all’Università di Addis Abeba, e con Lucrezia Cippitelli, storica dell’arte, curatrice e docente all’Accademia di Brera, ospiti ai Musei Reali per una residenza finalizzata ad approfondire i significati delle collezioni e a reinterpretarli in un’ottica post-coloniale.

La mostra

In mostra 160 opere in gran parte inedite – sculture, utensili, amuleti, gioielli, armi, scudi, tamburi e fotografie storiche. Il percorso è suddiviso in cinque sezioni che documentano una pagina delle relazioni tra la nuova Italia, prima sabauda e poi fascista, con il Congo Belga, l’Eritrea, la Libia, la Somalia e l’Etiopia nell’età dello scramble for Africa. La mostra termina con The Smoking Table di Bekele Mekonnen, un intervento site-specific.

La prima sezione

La prima sezione, Esploratori, avventurieri e consoli, è dedicata alle raccolte che si sono formate tra il 1857 e il 1890, indagate attraverso le figure di Giacomo Antonio Brun-Rollet, di Vincenzo Filonardi, armatore e console a Zanzibar nel 1882, e di Giuseppe Corona, attivo in Congo.

Tra le opere in mostra, un archibugio a serpe, di manifattura arabo-indiana dei secoli XVII-XVIII e sculture come il grande Nkisi dell’antico regno del Kongo, e lo Ntadi in pietra dalla ieratica posizione a gambe incrociate con il capo reclinato, entrambi conservati al Museo delle Civiltà di Roma.

Lo sfruttamento e la colonizzazione

Le vie dello sfruttamento: ingegneri in Congo è dedicata alle collezioni di armi, strumenti musicali, tessuti, monili e oggetti d’uso quotidiano raccolte da alcuni ingegneri piemontesi che lavoravano per il governo belga alla costruzione delle linee ferroviarie, e del meccanico Stefano Ravotti che nel 1900 vendette la sua collezione di armi provenienti dal Congo all’Armeria Reale.

Colonizzare la montagna: il Rwenzori, documenta la spedizione di Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, Duca degli Abruzzi, della quale restano numerose testimonianze grazie alle immagini di Vittorio Sella.

Dalla spartizione dell’Africa all’aggressione coloniale racconta l’espansione del Regno d’Italia in Eritrea, La sezione, che segue l’evoluzione storica della colonizzazione italiana del Corno d’Africa e della Libia fino all’occupazione dell’Etiopia nel 1935-1936, accoglie opere provenienti da Eritrea, Cirenaica e Tripolitania, Somalia, Etiopia: troviamo sia scambi e doni diplomatici, come quelli dell’imperatore Menelik II con Vittorio Emanuele II, come il bracciale in argento e filigrana d’oro o lo splendido tamburo di uso liturgico (kebero) che “trofei di guerra” sottratti dagli italiani ai dervisci sudanesi e ai combattenti etiope.

Le violenze e le spogliazioni

La sezione documentaria riporta alla luce le violenze e le spoliazioni attuati dai colonizzatori europei in Africa, facendo emergere anche il tema delle spoliazioni, qui evocato da due celebri casi, quello della Venere di Cirene e quello della Stele di Axum. Quello della Stele di Axum, opera scultorea realizzata nel I sec d.C. in Etiopia, e quello del “Leone di Giuda” simbolo della dinastia imperiale etiope, dimostrano come l’Occidente e il sistema politico che è considerato base della “nostra tradizione”, quello romano, siano stati in prima fila nel praticare la cosiddetta “cancel culture”: queste sculture, prelevate come trofei di guerra, sono state esposte fino al 2008 a Roma, al Foro Italico la stele e fino al 1970 il leone a Piazza dei Cinquecento, di fronte alla Stazione Termini, con una sorta di “oblio” delle origini africane. Oggi il leone resta in ambito “ferroviario” di fronte alla stazione di Addis Abeba.

In mostra anche le “foto ricordo” di ingegneri e militari belgi con congolesi mutilati, non è chiaro se a causa di scontri bellici o appositamente. Se in questi anni hanno fatto scandalo i video dei soldati di Guantanamo o quelli più recenti delle soldatesse israeliane sui social (le ultime su Tik Tok) questa mostra mette in luce come questo della de-umanizzazione del nemico, soprattutto se considerato in qualche modo “inferiore” e della spettacolarizzazione della violenza bellica non sia affatto una novità, ma solo che oggi circoli più facilmente grazie a strumenti di comunicazione immediati e potenti come la televisione e i social media.

L’arte etiope

Un’ultima sezione è dedicata appunto in maniera specifica all’arte etiope: in mostra sontuose bardature per cavallo, tamburi, armi, oggetti di uso quotidiano, oggetti rituali dei cristiani copti, che costituiscono la religione prevalente in Etiopia oggi, come le corone sacerdatoli e i paramenti rituali.

Tra i pezzi più interessanti di questa parte, alcuni quadri di pittori etiopi che rappresentano come gli autoctoni percepivano i “colonizzatori” italiani e che ricordano nel segno i “naif” italiani come Antonio Ligabue e Orneore Metelli.

Una stanza “immersiva” ospita l’opera The Smoking Table di Bekele Mekonnen (1964, vive e lavora ad Addis Abeba), artista concettuale etiope che ha realizzato l’opera tra maggio e giugno, reinterpretando in chiave contemporanea le relazioni tra le opere esposte e la transizione a un mondo “postcoloniale”. Il progetto è stato curato da Lucrezia Cippitelli, studiosa di teorie postcoloniali. L’installazione riproduce “il tavolo di Berlino” del 1884-1885 nella quale le potenze europee si spartirono buona parte dell’Africa, alle pareti affreschi e affissioni dei giornali italiani nel periodo dell’“Impero” grondanti di propaganda. Il tutto, sommerso da un’evocativa nuvola di fumo.

La mostra ha il merito di ricostruire come l’imperialismo coloniale italiano non sia nato con il fascismo, ma con i governi “liberali” di inizio Novecento come quello di Giolitti e guardato con simpatia anche dai socialisti e dalla sinistra, e come l’occupazione della Libia non ha sottratto il paese agli autoctoni, ma ai Turchi, ovvero ad altri “coloni”.

Alcune riflessioni sulla mostra

La mostra è interessante da un doppio punto di vista, sia come mostra d’arte per la bellezza degli oggetti di uso, che per la ricostruzione storico-sociale e il punto di vista critico verso le politiche coloniali italiane e l’oblio che le ha colpite oggi.

Quello che ci chiediamo è se davvero possiamo considerarci in un’era “postcoloniale”: l’Europa dopo la seconda guerra mondiale è stata “spartita” a Yalta tra gli Usa e l’Unione Sovietica, con stati che sono stati di fatto “colonie” (basti pensare a quanto accaduto in Ungheria nel 1956 e in quella che si chiamava Cecoslovacchia nel 1968) o democrazia a sovranità limitata in maniera esplicita sino al 1991, e che lo sono nei fatti ancora oggi, con la differenza che alcuni stati dell’Europa Orientale sono passati dall’orbita russa a quella americana. La stessa Africa, anche se a partire dagli anni Sessanta gli stati sono formalmente indipendenti, continua a gravitare nell’orbita a volte degli antichi “colonizzatori” come la Francia, alcune volte di nuovi, come i cinesi che sappiamo stanno investendo fortemente in Africa e che gestiscono oggi quelle ferrovie etiopi costruite dai piemontesi. Nel conflitto israeliano-palestinese si parla di “coloni”. E quindi forse, siamo ancora in un’era coloniale in salsa post-moderna.

«Lo studio delle collezioni africane dei nostri musei – afferma Elena De Filippis, direttrice della Direzione Regionale Musei Piemonte ci ha portato ad approfondire, oltre al significato storico, etnografico e artistico delle opere esposte, le circostanze in cui sono state acquisite dai rappresentanti della dinastia sabauda, proprio nella fase delle mire europee e anche italiane sul continente africano. Un tema su cui il nostro Paese si è interrogato ancora poco e che è diventato centrale nel racconto della mostra, che vuole non solo esporre degli oggetti, ma soprattutto contribuire, con la guida degli oggetti stessi, a una rilettura critica di quel pezzo della nostra storia nazionale, partendo dai musei, e riportandola nel contesto della quotidianità». 

La mostra è accompagnata da un vasto programma di eventi, che intreccia approfondimenti storici, arte visiva e performativa.  

                                        Andrea Macciò

La mostra resterà aperta presso le Sale Chiablese dei Musei Reali fino al 24 febbraio dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 19.

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