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Nelle fonti storiche il racconto di un tragico fatto che avvenne tanti anni fa nei boschi dell'Alta Valle dell'Orba

Un incidente di caccia al tempo dei longobardi a Urbe

Con l’arrivo dell’autunno, sono tantissimi i cacciatori che anche quest’anno imbracciano i loro fucili per dare la caccia a ungulati e volatili; purtroppo, però, a sole poche settimana dall’inizio dell’attività venatoria, si contano già in tutto il territorio nazionale numerosi incidenti (alcuni purtroppo mortali) dovuti a distrazioni o fatalità, che hanno fatto molto discutere e creato un acceso dibattito tra i favorevoli e i contrari a questa attività.

Anche le grandi foreste che abbracciano Urbe e Sassello, note fin dall’antichità come rinomate zone di caccia (la famosa “Urbem Silvam”), sono state teatro, negli anni, di alcuni incidenti legati all’attività venatoria, dove la distrazione e la sorte giocano a volte brutti “tiri”, come nel caso del povero principe longobardo Anfosso, che, come riporta il compianto Enrico Principe nel suo volume “Alta Val d’Orba e Sassello”, è diventato suo malgrado una delle vittime più illustri dell’antica e nobile arte della caccia. 

La vicenda è descritta dallo storico Paolo Diacono (VIII secolo), che, nella sua “Storia del Longobardi”, racconta di come una spensierata giornata dedicata alla caccia al cervo (che all’epoca abbondavano nei boschi liguri), si trasformò in una tragedia. Come si evince dalla fonte, il re Liutprando (uno dei più grandi re longobardi, noto per il suo temperamento gentile e la sua forte fede cristiana), decise di recarsi, insieme ai suoi più fedeli accompagnatori, alla caccia al cervo presso il “bosco dell’Orba”, una vera e propria “riserva di caccia” dei sovrani longobardi.

Uno dei suoi compagni, avvistato un cervo in lontananza, si apprestò a scoccare una freccia dal proprio arco: fu qui che, o per la debole vista del tiratore, o per un brutto scherzo del fato, la freccia non colpì l’animale, bensì il giovane nipote del re, tale Anfosso (“Anfaso” nell’originale), figlio di una delle sorelle di Liutprando. Il re, che assistì alla scena, fu colto da grande dolore e pianse amaramente la sorte del nipote. Mandò un cavaliere della compagnia a chiamare un sant’uomo, tale Bandolino, affinché affidasse l’anima dello sfortunato nipote a Dio, ma il giovane spirò ancora prima che l’uomo di chiesa potesse arrivare nel luogo della tragedia. Questo Bandolino, secondo Paolo Diacono, aveva il dono della preveggenza: infatti, quando il cavaliere giunse da lui, il santone era già a conoscenza della sorte del povero Anfosso.

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Matteo Serlenga
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1 commento

  1. Nobile arte della caccia ,?

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