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Lascia o raddoppia

L’ultimo disastro ferroviario in Puglia conferma per l’ennesima volta, e purtroppo con esiti più gravi del solito, di come esista, anche metaforicamente, un’Italia a due velocità. Da una parte l’alta velocità delle varie frecce colorate: rapide, puntuali, pulite, accessoriate; dall’altra, il servizio regionale per pendolari che sta scivolando sempre più verso situazioni da terzo mondo. E c’è una corrispondenza con quanto sta accadendo nella società più in generale, in tutto il mondo: un divario sempre più ampio tra una minoranza di ricchi e privilegiati (molto ristretta nei paesi più arretrati, un po’ più ampia in quelli ricchi) e una maggioranza formata di poveri, o di appartenenti a una classe media che sta scivolando verso la povertà. Mentre i primi possono permettersi tutto quello che serve per vivere meglio – non solo nei trasporti, ma anche nella sanità, nell’assistenza per la vecchiaia, nell’istruzione, nelle situazioni abitative, e così via – gli altri devono arrangiarsi con quello che permette il sistema.
Anche tra gli addetti ai lavori, specialmente in quei carrozzoni clientelari che sono molte ferrovie a gestione privata, tende a diffondersi uno stato di prostrazione e rassegnazione: nel vedere il degrado continuo del servizio mentre i soldi, invece che in investimenti produttivi, continuano a essere sprecati in super stipendi per presunti manager, consulenze d’oro o (come si è visto appunto nel caso della ferrovia pugliese del nord) per assurdi acquisti di carrozze non utilizzabili. Evidentemente decisi da persone o corrotte o incompetenti, o entrambe le cose. Anche questa situazione di decadenza finisce per essere concausa degli errori umani che, come si è visto, hanno a volte un grave costo anche come perdita di vite.
Tornando al trasporto ferroviario, come abbiamo già detto più volte anche in questa rubrica, s’insiste con protervia a voler finanziare opere costosissime, pericolose per l’ambiente, relativamente inutili e fortemente controverse oltre che generatrici di scontri sociali – vedasi l’annosa vicenda della TAV in Val di Susa, ma anche il Terzo Valico dei Giovi – quando con gli stessi soldi si potrebbe compiere una miriade d’interventi più utili, riguardanti sicurezza ed efficienza delle linee di tutta la nazione. Magari con la scusa che gli impegni “ormai sono già presi”. Persino commentatori illuminati e progressisti come Massimo Giannini continuano a dichiarare che “bisogna rispettare gli impegni presi con l’Europa”. Quest’Europa che è sempre tirata in ballo quando fa comodo, e contestata quando i vincoli (quelli veri, che sono economici, non di binari in più o in meno) danno fastidio. Si contestano accordi che in fondo sono esigenze di serietà, come quello sul deficit di bilancio o sul cosiddetto bail-in, ma non impegni su grandi lavori sottoscritti decenni prima sulla base di previsioni di traffico esagerate e smentite dall’andamento dell’economia. Il raddoppio di tante linee ferroviarie a binario unico sarebbe sicuramente più utile rispetto a mega-opere che diventano un doppione, soltanto più veloce, di linee già sufficienti a sopportare il volume del traffico reale. Inoltre, la cronaca dimostra che sono anche l’occasione per l’ennesima infiltrazione delle varie mafie nel settore dei grandi appalti pubblici. (si legga, fra l’altro, su questo stesso sito l’articolo del prof. Franco Astengo che contiene interessanti riflessioni: http://www.inchiostrofresco.it/blog/2016/07/20/un-paese-pezzi-fisicamente-moralmente/ ).
Ma il punto fondamentale non è il raddoppio. Neanche se gli appositi finanziamenti dell’odiata Europa non sono neppure sfruttati, per la solita insipienza della classe dirigente. Esistono tante linee a binario unico che funzionano benissimo, laddove il traffico non è così intenso da richiedere la marcia su binari paralleli su tutto il percorso, e in totale sicurezza. Sono appunto i sistemi automatici di blocco, l’efficienza di segnali e materiale ferroviario, l’addestramento e la preparazione del personale addetto che fanno la differenza. E’ su questo che bisogna investire, invece che in opere discusse e discutibili. Piuttosto, occorrerebbe riaprire al traffico quei percorsi, come ce ne sono tanti in Piemonte, il cui esercizio è stato soppresso e i binari abbandonati a ruggine ed erbacce. Perché viaggiare in ferrovia è mediamente molto meno rischioso che su strada. Nonostante l’ultima tragedia sull’Andria-Corato, ci sono decenni di statistiche a dimostrarlo.

disastro ferroviario un’immagine del recente disastro ferroviario del 12 luglio- fonte: Rainews

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1 commento

  1. Gian Battista Cassulo

    E’ ben vero quello che scrive qui sopra l’amico Stefano Rivara!!!!! I trasporti garantiscono non solo la mobilità del Paese ma anche la circolazione delle idee e la distribuzione omogenena e non concentrata della popolazione sul territorio, presidiandolo sia sotto il profilo ambientale sia sotto quello dell’ordine pubblico e sociale. Privatizzare le ferrovie, o peggio averle date in gestione alle Regioni che hanno diviso lo Stato in tanti piccoli staterelli, è stata un’operazione da pazzi scatenati. Se proprio si voleva ridimensionare l’apparto burocratico delle vecchie ferrovie si poteva ai limiti pensare ad un intreccio pubblico/privato, dove allo Stato restava la proprietà degli impianti fissi (stazioni, parchi, binari) mentre ai privati la concessione dell’esercizio di circolazione (treni) su alcune tratte. Del resto anche Luigi Einaudi, che di certo non era un filo-marxista, diceva in un suo trattato sui lineamenti di economia liberale uscito nel 1944 che beni pubblici quali luce, acqua, aeree, sanità e trasporti dovevano ben restare saldamente nelle mani dell’Stato, cioè nelle mani pubbliche per regolare in termini più equi la distribuzione delle risorse. Gian Battista Cassulo

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