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Bufale e locomotive

“Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi:/la locomotiva ha la strada segnata, /il bufalo può scartare di lato e cadere…” recitava la famosa canzone di Francesco De Gregori. Oggi le bufale non sono solo le femmine del bufalo: sono così definite quelle notizie inventate e false che, specialmente nell’era del web, si diffondono a macchia d’olio. Fake news è il termine internazionale.
Ma parliamo di treni. Mi è capitato di trovarmi diverse volte in Germania. Avendo viaggiato con mezzi pubblici, ho avuto modo di notare che, com’è facile immaginare, lì i treni funzionano meglio che in Italia. Più puntuali, più affidabili, più puliti, e con meno viaggiatori a sbafo. Come mai? Stando alle bufale in voga oggi, si dovrebbe pensare che è perché quella strega cattiva della Merkel sfrutta gli italiani grazie alla fregatura dell’euro. Non è così: questione di organizzazione, di investimenti, di scelte e priorità politiche. Ho tirato fuori quest’argomento perché l’attuale vulgata che parte da illustri (illustri?) politici, con il contorno di numerosi intellettuali e giornalisti abili nello sport del salto sul carro del vincitore, sostiene con vigore che i guai dell’Italia sono dovuti alla moneta unica e alla prepotenza dei tedeschi. Che, come tutti, fanno (abilmente) i propri interessi, anche troppo. Ma fanno comodo, insieme all’intera Europa, all’euro e al vago concetto di “establishment”, da capro espiatorio. Come la definisce Pierfranco Pellizzetti, “l’odiata Germania – alibi per tutti i cultori del complottismo lamentoso per i nostri guai ”. Che larghe parti del sud (e anche qualche parte del nord) siano in mano alle mafie, che chi vuole investire è anche scoraggiato da una giustizia civile lenta e una penale troppo buonista con truffatori e bancarottieri, che manchino infrastrutture utili (un esempio tipico: un solo binario collega il porto di Genova alla rete ferroviaria, a Rotterdam sono decine), che l’evasione fiscale sia sempre molto superiore a tutti i paesi avanzati, che molti parassiti percepiscano sussidi non dovuti, non sembrano più problemi tanto importanti. La colpa deve essere sempre degli altri, ora è il turno della Germania. Ricorda un po’il complotto “demo-pluto-giudaico-massonico” per Mussolini, i comunisti per Berlusconi, gli ebrei per i nazisti, i complotti delle potenze occidentali per i sovietici e così via. Scrisse Umberto Eco che “in genere, per mantenere il consenso popolare intorno alle loro decisioni, le dittature denunciano l’esistenza di un paese, un gruppo, una razza, una società segreta che cospirerebbe contro l’integrità del popolo”. Non siamo in una dittatura; ma questo sistema da Grande Fratello (non quello dello show televisivo, quello alla Orwell) che rischia di diventare il web sta portando a una preoccupante superficialità generale di giudizio. Ed è proprio quello delle bufale uno dei sistemi più efficaci. S’inventa una notizia destinata a screditare una persona o un’idea. Tipo, dire che il tale politico ha fatto assumere un parente a fare qualche lavoro umile per qualche istituzione ma pagato 30.000 euro il mese; o che per entrare nell’euro la lira ha dovuto essere svalutata del 600%; o che chi voleva rigore nelle pensioni ha fatto andare la figlia in pensione a 40 anni. Tanto per citare alcune tra le tante recentemente circolate. Anche se si potrebbe verificare con poco sforzo che non è vero, c’è sempre chi ci crede. Ma, e qui sta il meccanismo estremamente subdolo: spesso chi ci crede, s’indigna sinceramente, “condivide” la notizia senza comprendere che è una bufala, contribuisce alla sua diffusione. Siccome questa persona può essere realmente onesta e sincera, i suoi conoscenti tendono a prendere la cosa per vera, perché guardano sempre all’ultimo anello della catena. Senza sapere che è il primo anello, che nessuno conosce, a essere marcio. Come scrisse Epitteto, “la menzogna ha sempre bisogno di complici.” Anche se sono complici inconsapevoli. Il sistema è ancora più influente, nell’orientare poi i meccanismi di voto, rispetto all’ormai vecchia propaganda televisiva. Proprio perché almeno sulle trasmissioni televisive il pubblico un minimo di diffidenza la conservava; mentre su ciò che proviene dalle persone che si conoscono direttamente si tende a fidarsi di più. Inoltre, con stampa e televisione un minimo di deterrente alle falsità è dato dalla presenza di leggi che puniscono la diffamazione; su internet è impossibile perseguire tutti quelli che, anche solo per ingenuità, di fatto diffamano qualcuno. Quando poi anche persone di grande cultura, come il mass-mediologo Freccero, e il nuovo ministro Savona, (per il quale qualcuno voleva persino promuovere una rivolta popolare), arrivano a paragonare i tedeschi dell’euro ai nazisti, allora cascano le braccia.
Buffalo Bill, cui si riferisce la canzone citata all’inizio, lavorò molti anni per le costruende ferrovie americane. Si occupava di fornire, come cacciatore, carne (di bufalo) ai lavoratori delle compagnie ferroviarie. Terminò la carriera lavorando in un circo. Era una persona molto più seria di tanti saltimbanchi prestati alla nostra politica e al nostro sistema d’informazione.

un esempio di bufala: come spiega Lorenzo Sartori (vedasi:https://berlinocacioepepemagazine.com/la-bufala-del-cambio-marco-euro-che-ha-svantaggiato-la-lira-7639/ ) 1000 lire italiane corrispondevano a 1,01 marchi prima dell’adozione ufficiale della moneta unica . Adesso, 1000 lire corrisponderebbero a 0,51 euro. Fin qui, i dati riportati sono sostanzialmente veri, a parte l’approssimazione. Il problema, tuttavia, nasce da un’informazione completamente falsa: si afferma infatti che il cambio tra marco ed euro fosse di 1 a 1. In altre parole, 1 marco valeva 1 euro . Ed è qui l’intoppo: se fosse davvero così, con 1000 lire (= 1 marco) si otterrebbe 0,50 euro, mentre con 1 marco si otterrebbe 1 euro, ovvero il doppio. In questo caso sarebbe giusto lamentarsi. Invece il dato 1 marco = 1 euro è totalmente sbagliato. Il cambio reale è 1 euro = 1,95583 marchi.

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